L'ad di Sorgenia e la crisi del metano: "L’Italia punti tutto sui rigassificatori"

Mosca e Kiev si accordano sul gas, ma i problemi restano. Orlandi: "Da Russia e Algeria dipende il 65% delle forniture, è
un rischio geopolitico inaccettabile. Il governo abbandoni la politica
dei metanodotti"

Russia e Algeria forniscono circa il 65% del gas che consumiamo: un rischio geopolitico inaccettabile. L’accordo tra Mosca e Kiev non risolve il problema delle forniture. Il governo dovrebbe avere il coraggio di abbandonare i metanodotti in progetto (che ci legano ancora di più ai soliti fornitori) per puntare tutto sui rigassificatori. E per il momento, grazie alla crisi, abbiamo consumato relativamente poco. Massimo Orlandi, ad di Sorgenia che fa capo al gruppo Cir, non vuole fare inutili allarmismi, ma ritiene che sia ora di cambiare rotta, anche nelle energie rinnovabili.

Abbiamo superato la crisi ucraina ma i problemi veri potrebbero arrivare in futuro...
«Circa il 65% delle nostre importazioni arriva da Russia e Algeria: è un rischio geopolitico inaccettabile. La quota del 65% c’era già quando consumavamo 60 miliardi di metri cubi l’anno, c’è oggi che ne consumiamo 85. È una situazione in cui non dormirei tranquillo: la stragrande maggioranza dei progetti via tubo da realizzare nei prossimi anni ci legherà di nuovo a Russia e Algeria. Io farei una scelta draconiana: darei priorità ai rigassificatori, rinunciando ai progetti via tubo che aumentano la dipendenza da quei due Paesi. Il rigassificatore offre due opportunità: diversifica le fonti e permette l’ingresso sul mercato del gas di qualcun altro che non si chiami Eni o Enel. Lo Stato si dia da fare per individuare 4-6 Paesi produttori di metano attivi nella catena del gas liquefatto come Nigeria, Qatar, Emirati, Angola, Egitto. Si dovrebbero stringere accordi tra Stati in cui in cambio di forniture si favoriscono gli investimenti italiani in quei Paesi. Tu mi dai il gas, e io ti faccio le fabbriche, un po’ come è stato fatto per l’Eni nei decenni scorsi. Per il nostro Paese è un interesse strategico a livello nazionale: una volta solo l’Eni aveva la capacità di fare queste cose, oggi ci sono anche altri».

Ma chi ha i soldi per sostenere questi progetti? Voi li avete?
«Noi siamo nati nel ’99 e abbiamo portato avanti un piano di investimenti da più di quattro miliardi: è un problema di credibilità, e noi siamo credibili. Con il rigassificatore di Gioia Tauro soddisferemo una domanda captive di 5 miliardi di metri cubi l’anno per fornire le nostre centrali. Altri due miliardi già li importiamo dalla Libia con un contratto Eni e li destiniamo ai nostri clienti. Prima della crisi le banche avrebbero finanziato il 90-95% del progetto, oggi probabilmente arrivano al 75-80%, ma resta un progetto fattibile».

Sì, ma poi dovrete trovare il gas liquefatto.
«Finora i produttori di gas liquefatto erano “corti”: l’Algeria non faceva più contratti a lungo termine, ma solo “spot” per guadagnarci di più. Ma la situazione sta cambiando. Entro il 2012-2015 la disponibilità di gas liquido dovrebbe crescere in quantità rilevante, anche se ci sono produttori che si stanno organizzando: il gas costa di più in inverno, così stanno costruendo rigassificatori nei due emisferi per fornire sempre d’inverno. Il mondo del gas cambierà totalmente entro 10-15 anni: il gas liquido è più flessibile, è un valore enorme. L’Italia deve agganciarsi a questo trend, con le sue aziende e con l’impegno diplomatico dello Stato».

Per difenderci dalle crisi del gas forse abbiamo altri due mezzi: il risparmio energetico e le energie rinnovabili.
«Sulle rinnovabili noi scommettiamo molto, ma non illudiamoci: nei prossimi anni resteranno marginali, anche se dobbiamo farle crescere perché gas e petrolio non sono infiniti. Quanto al risparmio, già oggi le lampade a led consumano un decimo di quelle tradizionali e hanno una durata lunghissima. Poi c’è l’isolamento degli edifici che permette un risparmio del 30-40 per cento. Però vanno mantenuti gli incentivi: sul lungo periodo la scelta del risparmio energetico è vincente. Piuttosto bisogna semplificare il modo in cui vengono dati gli incentivi e i permessi per gli impianti delle energie rinnovabili. Gli Stati Uniti hanno un sistema che va dritto allo scopo, noi siamo troppo complicati. Le Regioni decidono sull’approvazione in base a criteri diversi: diamo alle Regioni quello che è delle Regioni, ma i criteri devono essere sicuramente unificati a livello nazionale».