Il ladro che ruba la scena a Bel Ami

A un secolo dal primo romanzo di cui è protagonista, la sua casa-museo di Etretat, in Normandia, è affollata di turisti mentre la vicina dimora di Guy de Maupassant è malconcia e ignorata

nostro inviato a Etretat
Il «ladro gentiluomo» abita qui, in questa villa che porta il suo nome al numero 15 di una strada intitolata a Guy de Maupassant. La casa di quest’ultimo è poco distante, ma pochi vanno a visitarla: in compenso dal «gentleman cambrioleur» si fa la fila e non ci si annoia. All’entrata ti danno un casco audio a raggi infrarossi e la voce di chi lo impersonò sul piccolo schermo, con successo di pubblico e disdoro dei più puristi fra i suoi fan, ti accompagna nello studio, nella camera segreta, nel salone dei travestimenti (almeno 47 le identità indossate... ) e ti racconta la più celebre delle sue imprese criminali, quella dell’Aiguille creuse, L’Ago bucato, fra giochi di luci e di ombre, musica e atmosfera.
Fuori la giornata è bella, il giardino è pieno di rose, la facciata un susseguirsi di torrette e bow-windows. A destra, sotto un pergolato, una piccola porta sbarrata che una volta dava sul retro dell’abitazione, una sorta di ingresso segreto dal quale entrare e uscire senza dare nell’occhio. Un fantasma misterioso con il monocolo, il cappello a cilindro e i guanti bianchi: Arsène Lupin...
A Etretat, Lupin è la gloria locale e fa un po’ sorridere l’idea che il suo futuro biografo-creatore, Maurice Leblanc, ancora romanziere alle prime armi, andasse in visita da Maupassant con la stessa emozione con la quale un seminarista va dal Sommo pontefice... Il «romanzo psicologico» era infatti la sua massima ambizione, e del resto il medico che l’aveva aiutato a venire al mondo non era forse il fratello di Gustave Flaubert, l’immortale autore della Bovary? Per un decennio buono Leblanc quello fece e quello scrisse, racconti, romanzi, drammi teatrali che già nei titoli erano una dichiarazione di intenti: Le coppie, Una donna, Coloro che soffrono, La pietà... Poi, nel 1905, Lupin bussò, lui aprì e quello non se ne andò più.
Gloria locale, dicevamo, nonostante appunto il sommo Maupassant... Perché, certo, quest’ultimo sarà anche il creatore di Bel-Ami, ma se vai al ristorante di Le Donjon, il più bell’albergo-maniero cittadino, vedrai che i suoi quattro menu recitano: Menu Lupin, Menu Arsène, Menu Mystère, Menu Gentleman... E poi la Normandia di Maupassant è uno stato d’animo, malizia, grettezza, nevrosi, mentre quella di Leblanc-Lupin è una carta geografica: L’Aiguille, lo sperone roccioso alto un centinaio di metri che nascondeva al suo interno i tesori dei re di Francia e del «ladro gentiluomo» è sotto i tuoi occhi, nel triangolo Dieppe-Le Havre-Rouen c’è spazio per le rovine medievali di Jumièges, teatro di La contessa di Cagliostro, per il castello di Malaquis, luogo della sua prima avventura pubblica e di quel furto con scasso così sprezzantemente annunciato: «Signor barone, nella galleria che unisce i vostri due saloni c’è un dipinto di Philippe de Champaigne di eccellente fattura e che mi piace moltissimo. Anche i vostri Rubens sono di mio gusto, così come il piccolo Watteau. Nel salone di destra noto la credenza Luigi XIII, le tappezzerie Beauvais, il gueridon Impero firmato Jacob... Vi prego dunque di imballarli e spedirli affrancati a mio nome, alla stazione di Batignolles, entro otto giorni... In caso contrario, provvederò io stesso... Ps. Non mi spedisca il più grande dei Watteau. Non è che una copia, l’originale fu bruciato sotto il Direttorio, da Barras, durante una serata finita in orgia. Consulti in proposito le Memorie inedite di Garat».
Quando questo expertise venne scritto e pubblicato, inizio di una carriera che si dipanerà per 17 romanzi, era il 1905, e quindi a rigor di logica il centenario della nascita di Arsène Lupin è stato due anni fa. Ma quel primo titolo, L’arresto di Arsène Lupin, è scritto da Leblanc per il giornale Je sais tout perché gli è stato chiesto un racconto d’avventura. Fosse per lui, non ci sarebbe un seguito, ma è l’editore a insistere. Così, nei mesi successivi, il feuilleton va avanti e due anni dopo il primo Lupin in volume, come fosse un unico romanzo vede la luce: si intitola Arsène Lupin Gentleman Cambrioleur e il personaggio c’è già tutto, ironia e passione, audacia e improntitudine, genio criminale e sentimento.
Un secolo di vita ha trasformato Arsène Lupin nell’icona di sé stesso, una sorta di anarchico Robin Hood che si fa beffe delle forze dell’ordine, non sparge mai sangue innocente, lascia sempre come segno di riconoscimento un guanto bianco... Ma se il guanto è apocrifo (semmai sul luogo del delitto rimane il suo biglietto da visita) anche il resto dell’icona è discutibile. Le sue avventure sono costellate di assassinii, suicidi, sparatorie, ci sono vite spezzate, traviate, umiliate, il delirio di onnipotenza è totale, il disprezzo verso gli altri sovrano. «Re dell’avventura. Regno sovrannaturale, da Giulio Cesare a Lupin... quale destino! Re del mondo, sì, ecco la verità. Ci sono dei momenti in cui la mia potenza mi fa girare la testa, sono ebbro di forza e di autorità». E ancora: «Io ho l’anima di un conservatore, gli istinti di chi vive di una piccola rendita e il rispetto di tutte le tradizioni e le autorità. Sono un’anima intrepida e inattaccabile».
Personaggio della Belle Époque, ne celebra i riti e i miti, ma non si limita a crogiolarsi nel lusso: in 813 cerca di portar via l’Alsazia e la Lorena al Kaiser e di ridisegnare la cartina dell’Europa, in Les dents du Tigre comanda mille marocchini ed è un signore del deserto, un sultano da Mille e una notte... Sciovinista, è sensibile all’onore della Francia, nobile da parte di madre, vuole che l’aristocrazia lo riconosca fra i suoi rampolli e quindi fa e disfa. Si inventa titoli, acquista terreni e castelli, trama matrimoni di interesse... Sensibile al fascino femminile, si sposa, resta vedovo, gli muore un figlio, gliene scompare, rapito, un altro, ha una figlia a cui non svela la sua identità, si innamora di donne che lo vorrebbero morto e si danno da fare in tal senso (la contessa di Cagliostro, Dolorès Kesselbach... ), ma seppellisce anche un bel numero di innamorate devote (Sonia Krichnoff, Raymonde de Saint Véran, Clotilde Destange, Miss Clarke...).
Arsène Lupin, insomma, è molto più complesso e sfaccettato di quanto la sua leggenda ci abbia tramandato, e il genio di Maurice Leblanc sta proprio nell’aver creato un personaggio che sembra agire di vita propria, che ha un passato e un presente, abitudini e gusti ben radicati, modi di dire e consuetudini.
Al servizio di questo personaggio Leblanc mette una fantasia indiavolata che non solo gli permette di farlo agire sotto 47 identità, fra cui quella di capo della Surété, ma gli fa anche vivere le più incredibili imprese fra Europa, Stati Uniti, Africa, rapine, furti, assalti, mafia, servizi segreti, intrighi diplomatici... Non sorprende che Marcel Aymé, scrittore ironico e disincantato, negli anni Trenta scriva un racconto, La chiave sotto lo zerbino, che ha per protagonista un Lupin alla ricerca della propria identità andata perduta per eccesso di cambiamenti... Non è un caso che fra le creazioni giovanili di Georges Simenon ci siano i quattro romanzi con protagonista Yves Jarry, ladro d’alto bordo e agente segreto, in pratica un clone di Arsène. È significativo che lo stesso Leblanc faccia incontrare più volte il suo eroe con Sherlock Holmes (ribattezzato, dopo le proteste di Arthur Conan Doyle, Herlock Sholmés...) incontri che fanno scintille, come sempre accade tra un francese e un inglese...
Raccolto nei tre volumi delle edizioni Omnibus, Les aventures extraordinaires d’Arsène Lupin, per un totale di tremila pagine, tutto Lupin è oggi disponibile con annessa bibliografia e filmografia, perché il nostro eroe non visse solo sulla carta stampata, ma anche sullo schermo. Un’esistenza, quest’ultima, che affonda già nel muto (il primo film è The Gentleman Burglar nel 1908), lunga, dunque, anche fortunata, ma mai compiutamente realizzata. Mentre Holmes, Poirot, Maigret hanno avuto il loro credibile alter ego cinematografico, Lupin lo attende ancora. Non è tanto o solo questione di attori (negli anni ’30-40 John Barrymore, Melvyn Douglas e Jules Berry, nei ’50 Robert Lamoureux, nei ’60 Jean-Claude Brialy e Jean-Pierre Cassel, nei ’70 il televisivo Georges Descrières) quanto di psicologia: l’eroe cartaceo di Leblanc ha un’anima, quello cinematografico resta una maschera, un travestimento, un gioco di prestigio, come nota André François Ruaud nel suo Les nombreuses vie d’Arsène Lupin (Les moutons électriques editeur), vera e propria biografia reale di un personaggio di fantasia e guida a tutti i suoi molteplici adattamenti, dai fumetti ai romanzi ai racconti di ispirazione.
Nella villa-museo di Etretat, «Le Clos-Lupin», non c’è la tomba di Maurice Leblanc. Sposato con Marguerite, ebrea di origine, morì il 6 novembre del ’41 a Perpignan, in fuga dai tedeschi che avevano occupato la capitale e la Normandia. Nel ’47 il suo corpo fu esumato e trasportato nel cimitero di Montparnasse. Non c’è, naturalmente, nemmeno quella del suo eroe. Nel romanzo, rimasto inedito, Le Dernier amour d’Arsène Lupin, le sue tracce si arrestano all’inizio degli anni ’30: si fa chiamare Capitaine Còcorico, insegna ai bambini di Juleinville, nella periferia nord di Parigi, ha sposato Cora de Lerne, lavora come archeologo sotto la falsa identità di André de Savery. A Etretat c’è però chi giura d’aver visto, ancora qualche sera fa, sgusciare dal portoncino sbarrato di Les Clos-Lupin una figura vestita di nero, il volto in penombra, i raggi della luna riflessi su un monocolo...