«Il ladro frugava in cerca di un’arma»

«Non ho sparato perché avevano rubato gli orologi, anche se penso che sia diritto di ciascuno cercare di riprendersi quello che gli è stato rubato. Quello che ho fatto l'ho fatto per difendere la mia persona e mio figlio...».
Al termine di un lungo dibattimento, ieri sono stati Giuseppe e Rocco Maiocchi a parlare in aula del «loro» processo. Entrambi sono accusati di concorso in omicidio volontario dopo che il 13 aprile di tre anni fa hanno sparato a morte a un giovane montenegrino che, insieme a un complice, aveva appena terminato un furto nel negozio dei Maiocchi. Il processo a loro carico ormai è alle battute finali. L'8 maggio prossimo l'accusa terrà la sua requisitoria e farà le sue richieste ai giudici presieduti da Luigi Cerqua. Quindi, dopo la discussione di parti civili e difese, sarà emessa la sentenza.
Intanto, ieri, i due imputati hanno ricostruito quel che accadde quel pomeriggio di aprile. Il primo a parlare è Giuseppe Maiocchi, che da una vita gestisce con la sorella una gioielleria in via Ripamonti e che, prima del 2003, aveva già subito tre furti e una tentata rapina. Davanti alle parti l’uomo racconta di aver sentito dei forti colpi, «come se fossero provocati da spari», poi sua sorella urlare «stanno rubando tutto». Così prende le chiavi della porta laterale e una delle due pistole che tiene in negozio. E si precipita fuori. In strada vede due uomini su un'auto. Urla loro di fermarsi. Poi spara un colpo «d'avvertimento». Uno dei due fugge dall'auto. L'altro si china verso il volante al di sotto del quale sembra cercare qualcosa. Maiocchi spara un secondo colpo «verso il cofano». Ma niente. Il giovane al volante sembra continuare nella sua ricerca di qualcosa. Maiocchi allora si convince che quel qualcosa sia un'arma. E spara una terza volta, verso la portiera del conducente. E il giovane montenegrino, all'interno, si accascia sul sedile, colpito.
Più o meno sulla stessa linea è il racconto del figlio, Rocco Maiocchi, quello che ha sparato un quarto colpo, quel pomeriggio, contro il giovane. Il colpo che si è rivelato mortale. «Ho visto Mihilo Markovich in una posizione tale - racconta Rocco - che non si poteva non pensare che stesse estraendo una pistola». E anche lui fa fuoco, quasi contemporaneamente al terzo colpo esploso dal padre. Non prende la mira, ma spara e basta. «Ero convinto fosse armato - spiega il ragazzo -. Il mio è stato un gesto istintivo». Il pm gli chiede se lo rifarebbe, e la sua risposta non sembra avere quella determinazione che trapela dal padre quando, alla stessa domanda, risponde con un «lo rifarei». «Mi auguro che una cosa simile - dice Rocco al suo turno - non accada mai più».
Quando gli ricordano però che la vittima, non solo non era armata, ma non stava nemmeno cercando una pistola sotto quel volante, Rocco ribatte che non lo sapeva «perché per quel che risultava a me in quel momento aveva appena sparato sulla vetrina». Una vetrina che invece era andata in pezzi sotto i colpi di una mazza. Una mazza che, però, padre e figlio sostengono di non aver mai visto, non almeno quando si sono precipitati fuori dal negozio. La parola, la prossima udienza, andrà all'accusa.