Lady di carta e di ferro

Caro Belpietro,

alle donne italiane si chiedono continue dimostrazioni di solidarietà di genere, e se una che pure si provò a mettere insieme con altre pazze illuse un «branco rosa» per un percorso comune, dichiara che Ségolène Royal non le sembra all’altezza del compito, si becca immediatamente dall’interlocutore del momento la patente di traditrice delle sorelle. Si finge che introdurre un numero adeguato di donne nelle istituzioni e nell’attività politica, voglia dire per forza che non si deve usare il cervello per distinguere fra le donne che hanno le qualità, che hanno il carattere, e quelle che non ce l’hanno; tra quelle che hanno fatto esperienze di vita e di lavoro che le qualificano per l’impresa, e quelle che hanno preferito carriere all’ombra delle riunioni di partito. L’individuo, al solito, non conta, non contano le ambizioni, tant’è vero che il ministro Livia Turco si consente di dire senza che ne nasca scandalo che un leader donna in un partito lo dovrebbero proporre le donne del medesimo partito. Tant’è vero che da anni ci sfiniamo in un ridicolo dibattito sulle quote rosa, che altrove in Europa sono già state prima applicate poi superate da una parità di fatto.
Adesso si porta il senatore Anna Finocchiaro, standing ovation e articoli adoranti, viene ripetuta come un mantra una frase del suo discorso che suona inquietante ma anche poco comprensibile: «Non ho paura: faremo come Temistocle che decide di andare per mare a sconfiggere l’armata persiana anziché aspettare ad Atene, dietro le spesse mura che avrebbe voluto Aristide, l’arrivo degli invasori». Poco importa che a lanciarla bruscamente e strumentalmente nell’agone della leadership del nascendo con dolore Partito democratico, sia Massimo D’Alema, che intende esorcizzare il pericolo rappresentato da Walter Veltroni. Poco importa che il governo Prodi, che in campagna elettorale sulla rappresentanza delle donne si era lasciato andare a promesse molto impegnative, abbia, tra più di cento ministri e sottosegretari, solo venti donne, e che dei sette ministeri affidati alle donne la maggior parte ce li potessimo risparmiare. O che con la sventurata legge dei Dico, due di loro, Rosy Bindi e Barbara Pollastrini, siano state consegnate al ridicolo, seguite a ruota da Livia Turco, bocciata dal Tar sulla droga. Niente, non si paga pegno.
La nuova leader proviene tutta intera dagli apparati e dai metodi del Pci che il Partito democratico dovrebbe lasciarsi indietro. Il magistrato in Sicilia lo ha fatto per ben poco tempo, anche se abbastanza per diventare una giustizialista doc; nel 1987, infatti, a 32 anni, era già dedita alla politica a tempo pieno. Al congresso della Bolognina, quando i comunisti decisero di cambiare almeno il nome, disse di no, e pianse anche pubblicamente. Del vecchio partito sostiene oggi che era più burocratico ma anche più democratico. Delle difficoltà e delle gaffe della sua maggioranza, dice: «In questi cinque anni ci siamo preparati con determinazione. Come se fossimo stati lì con la macchina ferma, il freno tirato, il piede sull’acceleratore. Al via, la macchina si è ingolfata». La riflessione approfondita si ferma qui. Solo due mesi fa a una domanda sulle sue ambizioni da leader, rispondeva con totale sincerità: «Stiamo scherzando? Io sono vecchia». Su Stefania Prestigiacomo, già ministro delle Pari opportunità, Anna Finocchiaro è netta: «Ha fatto cose coraggiose ma poi non ha avuto la forza di sentirsi libera». Subito dopo è meno severa con il concetto di libertà applicato a se stessa. L’amico D’Alema la lasciò fuori dal governo nel 1998? Pazienza, «io sono un dirigente politico che capisce i problemi». Silvio Berlusconi, per lei, «non conosce l’Italia. Crede che corrisponda a quello che pensa lui». E «il berlusconismo è l’insieme dei difetti degli italiani».
A una persona fornita di tante rassicuranti certezze, non passa per la testa di essere oggetto di una bella manipolazione, del tipo «ora vi facciamo credere che diamo spazio a donne e giovani». Né che per aspirare a essere un leader del nuovo centrosinistra italiano non basta essere più presentabile di altri aspiranti maschi, quando si è fatto esattamente lo stesso percorso, col minimo di rischio, il massimo di distanza dalla realtà, l’unica diversità che la donna è stata un passo indietro. In un recente dibattito televisivo, mi hanno fatto notare che il senatore Finocchiaro è eccezionale perché se la cava bene in quella giungla che è il Senato. L’ho presa come una battuta di spirito.
Se cerchiamo davvero, e non credo purtroppo che sia così, una Thatcher de’ noantri, o una che studi da Hillary, ci vuol altro, ci vuole esperienza di vita e di lavoro fuori dal Palazzo, prima che nel Palazzo, abitudine allo scontro e non alla sola mediazione, capacità di correre per vincere, e non abitudine ad attendere di essere cooptate. Ce n’è una sola così, che abbia, a un certo punto della propria carriera, scelto la politica, anziché rifuggirne; può essere simpatica o no, a me non è simpatica, si chiama Letizia Moratti. Da presidente della Rai, tra il 1994 e il 1996, non è stata un granché, troppi cattivi consiglieri, brutto il periodo storico, poi ha imparato. Il suo curriculum di imprenditrice è di livello alto ed è conosciuto, vorrà dir qualcosa se l’ha scelta come partner uno che si chiama Rupert Murdoch. Ma non è questo o solo questo il punto. La Moratti non vive il lavoro di public servant afflitta dall’ansia di consenso, dalla smania di piacere a tutti i costi. Ha tentato di cambiare la scuola e l’università da ministro, muovendosi da sola contro una corazzata, sfidando silenziosamente una vera mafia, con argomenti semplici ed esplosivi.
Il suo linguaggio è il contrario esatto del politichese del quale sono afflitte le donne quanto gli uomini, non rassicura, sfida. La Moratti ha tentato la riforma liberale dell’Istruzione italiana. Per ora resta nella cronaca come la più impopolare, la storia, o l’abisso in cui cadrà il Paese, le daranno ragione. Da sindaco, la signora ha usato parole mai sentite prima, come «non ci sono zone franche», che in termini più espliciti significa che si può provare a scontentate qualcuno, magari parecchi, finora impuniti, per combattere nelle città lo spaccio di droga, le violenze sulle donne, le occupazioni abusive delle strade e delle case, le rapine nei negozi, i maltrattamenti dei bambini, i crimini di immigrati irregolari, le truffe agli anziani, le moschee che occultano scuole e attività terroristiche. Un sindaco può pungolare un governo.
Può anche decidere di sfidare la piazza degli estremisti e dei no global, i suoi riti più stanchi e ipocriti, le sue violenze solite e ignorate. Lo ha fatto due volte, l’anno scorso da candidato, col padre, spingendo la sedia a rotelle dell’anziano partigiano; lo ha rifatto quest’anno, da primo cittadino, sul palco del 25 Aprile, dove si è presa gli stessi fischi di Fausto Bertinotti. Che è già un passo avanti, la capitalista fascista trattata come il vecchio capo sindacalista comunista.
Ci vuol carattere, e senso del brivido, come dice Paolo Conte, per far crescere una leader. Le perdòno perciò la conclusione tira-applausi, quel viva la Resistenza, viva Milano libera. Il 91 per cento degli italiani, secondo un sondaggio de La7, è convinto che il 25 Aprile sia una festa di parte. Ma forse questo è un tabù perfino per il coraggio di Letizia Moratti.
Maria Giovanna Maglie