Lady Chatterley, una sciuretta caliente nella Milano celodurista

La donna più inquieta della letteratura rivive le sue avventure erotiche nell’Italia di oggi, divisa tra un medico truffatore e un cameriere leghista

Lady Chatterley è ancora una bella donna. Garantisco io, un po’ me ne intendo. L’ho incontrata a Spotorno, sulla Riviera ligure, ci siamo trovati sulla terrazza di un ristorante, usciti entrambi per fumare una sigaretta. Chi ha proibito per legge di fumare nei locali pubblici non sa quante felici occasioni di incontro ha promosso. Era ormai notte, il mare brillava per una lunga sfrangiata striscia d’argento e su di lui, a ponente, si protendeva la sagoma scura e ripida di Capo Noli. È ancora bella, intorno a lei c’è quel profumo di scandalo che in una donna non guasta mai, per creare attenzione e fascino. Soffici capelli bruni, portati sciolti sulle spalle, grandi occhi stupiti, un bel seno vistosamente non rifatto, gambe vigorose. Fumava Player’s senza filtro, infilandole in un bocchino d’ambra. Di età non si parla, a proposito di signore, ma a prima vista mi è parsa rimasta tale e quale uscì dalla penna del suo creatore, lo scandaloso, infelice, grandissimo D.H. Lawrence. Da suo appassionato ammiratore, ho tentato invano di portare il discorso su di lui. Lady Chatterley si è intristita, sembrava contrariata, era chiaro che era ricomparsa per tentare di vivere di vita autonoma, una seconda vita per la quale non dover niente a nessuno. Era chiaro che voleva parlare di sé, e che se si tratteneva lì era per raccontarmi le sue esperienze nuove, quelle di oggi, fuori dal libro che l’aveva immortalata, non per altro. Che non mi facessi illusioni.
Constance Chatterley, detta Connie, tutta sola, era arrivata in Italia. Era già stata a Roma, a Firenze, da ragazza. Ora qualcosa di oscuro l’attirava di nuovo verso il nostro paese. I suoi connazionali delle classi popolari ormai preferiscono la Spagna e il Mar Rosso, ma lei, anche se ha lasciato Sir Clifford per il guardiacaccia Mellors, conserva qualcosa di aristocratico almeno nei gusti inconsci. Eccola in Toscana, la regione prediletta dal Principe Carlo, «quel bravo ragazzo un po’ sventurato», a Fiesole, da dove fugge per la malinconia umida dei cipressi, altissimi e grigiastri come di malattia. Poi va a Taormina, non vi trova più niente di quello spirito ribollente e selvaggio che si aspettava, e alla fine raggiunge per mare la Sardegna. Anche lì tutto è diverso da come la sua immaginazione di romantica donna inglese le suggeriva. Ma dopo qualche mese di vagabondaggio solitario, è in Sardegna che crede di trovare un nuovo amore.
È un medico, e questo la incuriosisce e la attrae. Connie, sensibile, generosa, vede la professione del medico come una delle più nobili cui un uomo possa dedicarsi. Se crede di innamorarsi, è sicuramente anche per quello. Il dottore è un uomo tra i quaranta e i cinquanta, alto, dai lineamenti marcati, vestito con una eleganza un po’ accentuata, ma si sa, questo è un vezzo degli italiani, e tra i più perdonabili. È divorziato da qualche anno, e certo le avventure non se le è fatte mancare. È bravo nel corteggiare, sin troppo, sembra che abbia frequentato una scuola. Si infervora nel parlare con lei, ma sa quando smettere, e soprattutto le presta orecchio per ore, silenzioso, come se lei fosse diventata il suo oracolo, l’ombelico del suo mondo. Ma tutto questo non sarebbe mai servito a nulla se non avesse deciso lei, Connie, di concedersi. È sempre così, le donne scelgono, fingendo di farsi scegliere. Connie neppure finge. È esigente nell’amore, vuole che sia estatico, creatore di energie nuove e impensabili, come con Mellors. Dà ordini, mescola autorità e dolcezze. Il dottore non si spaventa. Forse si è davvero innamorato. Una sera commette una gaffe. La invita nel locale più celebre dell’isola, frequentato da tipi come il signor Fi, il signor Ri, il signor Co, che lui le mostra a dito. Tutti nomi che per lei non vogliono dire niente. Connie si immusonisce. Poi vede girare una T-shirt con su una scritta che le procura finalmente un moto di allegria, ma ironica, e alle spalle del suo cavaliere. La scritta recita: «No finance, no romance». Niente reddito, niente avventura amorosa. Cretini, pensa lei, e pure troppo fiduciosi... Perché, a cominciare da lei, quante donne di ricchi si erano fatte poveri diavoli, e provandoci un gusto inimmaginabile.
Connie raccontava con il linguaggio di una donna libera da pregiudizi. Sensibile all’eros più sottile, quello della natura.
«Guardi quei due gabbiani in cielo» mi fa a un certo punto, indicandomeli stendendo il braccio e mostrando l’ascella depilata e facendo sussultare il seno «noi siamo la civiltà, loro sono la verità, si inseguono nella notte, forse vanno a cercare il loro posto ideale per fare l’amore, lui con il suo John Thomas, chissà com’è il John Thomas di un gabbiano, lei con la sua Lady Jane...»
Capisco l’allusione e quasi mi vergogno di essere civilizzato. Ma lei ha soltanto voglia di parlare. Spesso alle donne capita così.
Il dottore, che chiameremo il dottor Jek, le chiede di seguirlo a Milano alla fine della vacanza. Ha recuperato, dalla sera della gaffe, ha accondisceso a restare solo con lei nelle baie deserte e dove il mare è più limpido di un bicchiere di cristallo, a fare il bagno nudi e poi ad asciugarsi al sole sulla sabbia tra le alghe secche e i cespugli. Così Lady Chatterley accetta. Le manca Milano, nel suo giro d’Italia. E le manca un medico, tra i suoi amori. È accolta in un appartamento al ventunesimo piano di un grattacielo, un appartamento immenso, salone triplo che affaccia su altri grattacieli e sulla sagoma da lontano enigmatica e cimiteriale della Stazione Centrale, una piscina interna, una palestra con sauna. Quadri senza colore e senza vita alle pareti. Come può un medico permettersi quel tenore di vita? Connie se lo chiede subito. E scopre che il dottor Jek non è proprio il medico che lei immaginava, uno dedito a salvare vite, ad alleviare dolori. È il Primario di una Clinica nel centro della città, vi passa tutta la sua giornata, non ha pensieri per altro. Quando è a casa, sono ore quelle che passa al telefono. Connie si rende conto in capo a qualche tempo di non averlo mai sentito parlare di esseri umani, ma soltanto di cifre e di organi. Di rimborsi e di finanziamenti. Ogni tanto, la stupisce il rimbombo di qualche esclamazione, eccheccà...! , eccheccà...! ecchì se ne frega! che con lei non ha mai usato.
Connie si chiede con chi stia davvero. È turbata, capisce di aver sbagliato ad aver fiducia, sta insieme a un uomo che non conosce, che ha due facce, e una si rivela volgare, arrivista, insopportabile. L’amore, per lei, chiede verità, sesso, compenetrazione. Il Dottor Jek è troppo ambiguo, preso non dal suo lavoro, ma dalla sua fame di denaro. Decide di lasciarlo. Il giorno stesso in cui Connie, bagagli alla mano, gli chiede conto del suo comportamento, glielo chiede anche la giustizia italiana. Con gran clamore. L’accusa è pesante, prevede la carcerazione. La sofferenza e la malattia sono state calpestate nella clinica del dottor Jek a scapito del profitto sulla pelle dei pazienti. Sono stati commessi atti gravissimi per far lievitare i rimborsi dalla Sanità pubblica, far crescere a dismisura gli introiti della clinica, in un banchetto fraudolento di denaro e vergogne.
Avrebbe dovuto capirlo sin dalla Sardegna. Connie non pronuncia sentenze. Lo faranno i tribunali. Ma ha visto con i suoi occhi tutta la falsità e la doppiezza di una esistenza. È una liberazione lasciare l’appartamento con piscina e sauna in piazza della Repubblica. Se ne va a vivere in un albergo che affaccia sulla stessa piazza, pensa di partire subito da Milano, niente la trattiene. D’accordo, c’è lì vicino un famoso ristorante vegetariano, poco distante ci sono bar che all’aperitivo squadernano mille leccornie intorno a un bicchiere di champagne.
«Ma bere champagne nella vita non è tutto, vero?» mi chiede a bruciapelo, mentre le avvicino la fiammella per accendere un’altra sigaretta.
«È solo meglio che bere coca-cola» azzardo.
Connie ride e fa come per schiaffeggiarmi. Diventasse una carezza, come si aggiusterebbe la serata...
Ma Lady Chatterley ha solo voglia di continuare il suo racconto. L’abbiamo lasciata sola, delusa, con una grande nostalgia per la tenerezza che soltanto un abbraccio è in grado di dare. Il mondo del dottor Jek se lo vede intorno dappertutto. Per questo le piace lo sguardo ruvido e semplice del cameriere che serve la colazione, un giovane bruno, accigliato, che mentre le versa il caffè dal bricco nella bella tazza di porcellana lascia che i suoi occhi si indirizzino al suo seno e a quanto delle gambe rimane scoperto sotto le gonne. Quel giovane ha qualcosa di strano nella sua rudezza maschile, in una certa compostezza ma sfrontata, che sembra non avere paura di niente. Il suo volto è tormentato da un acne leggera, ma ha una espressione viva, i lineamenti sono belli, di quelli che non conoscono creme antirughe e profumi costosi. È lei che gli parla la prima volta. Con la richiesta più naturale.
«Come ti chiami?»
«Pietro»
C’è qualcosa di pietroso anche nella sua voce, nella sua pronuncia, pensa lei.
«E di dove sei?»
Lui esita prima di rispondere. Svogliato, distratto. Non sembra neppure lo stesso giovane uomo che le guardava le gambe e il seno con tanta insistenza.
«Un paese vicino a Bergamo, conosce Bergamo?»
Non aggiunge “signora”. Per essere un cameriere, mostra una certo spirito di indipendenza.
«No, peccato, è una città che visiterei volentieri».
«Ne vale la pena», risponde lui.
Per quel giorno, finisce lì. Ma per Connie quel giovane uomo silenzioso che le serve il caffè al mattino diventa una ossessione. Quel modo di essere guardata, quella scontrosità. Lei ha paura di fare qualunque mossa, di offenderlo, di allontanarlo. Poi un giorno, inaspettatamente, è lui che la invita. Con l’aria di uno sicuro di non sbagliare. Per l’indomani, è il suo turno di riposo, possono andare a Bergamo. Sulla sella della motocicletta, i capelli soffici raccolti sotto un voluminoso casco nero, Connie si gode una gioia dei sensi, autentica, primordiale, che da troppo tempo le mancava. Forse aveva trovato il suo nuovo Mellors. Forse ricominciava a vivere. Quando fanno l’amore, in un prato di una località che lui mostra di conoscere bene, all’ombra di due grandi pioppi, è come se lei avesse già goduto tutto in quella corsa in moto, stretta contro la schiena di lui. Pietro è di poche parole. La prende senza complimenti, senza svenevolezze. Ma anche senza quella sottigliezza emotiva e sensuale cui Connie è abituata. Capisce subito che il sesso non è così importante per Pietro. Non è salvezza, come Connie aveva sempre pensato. C’è qualcosa che lo rende estraneo, insoddisfatto, come se avesse altro per la testa.
«Sei comunista?» gli chiede lei un giorno, dopo l’amore.
«No» risponde lui stupito.
«Fascista, allora?»
Pietro è ancora più stupito. Non può immaginare che agli occhi di una donna inglese per decenni gli italiani sono stati visti così, seguaci o di Stalin o di Mussolini, disprezzabili e in fondo attraenti per l’esotismo di queste loro scelte. Lui risponde di no con ancora più forza. Lui è un leghista. Le... prova a ripetere Connie... Leghista, sì, dice lui con orgoglio, e in poche parole scarne, in pochi slogan, spiega la sua posizione, si sofferma sulla lotta contro l’invasione di extracomunitari, contro clandestini e delinquenti strada dopo strada, contro Roma “ladrona”... Connie prova uno stupore simile allo sgomento. Lei è lontana da quel modo di sentire, non lo capisce, e non gliene importa niente. Ma qualcosa di proletario e di sincero continua ad attrarla in Pietro. Certo, quando insiste a parlare con tanto ardore di polenta taragna, di casonsei... Allora rimpiange i suoi discorsi con Mellors, così intimi, così sensuali. Presto si accorge che le riunioni della Lega per lui sono molto più importanti che i convegni amorosi. Forse è quello il segreto di ogni militanza. Pietro è onesto, certo. Ma nell’amore ci vogliono altre qualità. Lei le conosce sin troppo bene. E così per dire addio a quel giovane uomo sceglie una cena nel giardino di un ristorante di via Manzoni, dopo un rostìn negàa, che lui mostra di apprezzare davvero, con la promessa di vedersi ancora, ogni tanto. Tanto, chi s’è visto s’è visto. Allora Connie lascia Milano, e parte per l’ultima delle terre dove il suo creatore abitò, la Liguria. Fiascherino, Spotorno. Villa Bernarda, così si chiamava la villa dove Lawrence visse con la moglie Frieda. Un nome che fa ridere. Come spesso fanno ridere le nostre vite e i nostri amori. Alloggia in quell’albergo sul mare, modesto in confronto a quelli dove ha abitato sinora, a quelli cui era abituata con Sir Clifford. Ma la terrazza sul mare è bella, l’aria della notte fresca, la luna sembra correre, saltare, cadere tra le braccia delle nuvole grigio blu in cielo. «Vede che anche la luna e le nuvole fanno l’amore lassù?» mi chiede Connie staccando con un gesto sicuro la sigaretta dal bocchino e spegnendola.
«Io vedo solo che il tempo cambia».
Mi morderei le labbra. Che battuta infelice. Bisogna sempre adeguarsi all’immaginazione delle donne, lasciarsi portare, non si sa mai dove si arriva. Perché io, il lawrenciano, me ne sono uscito in una simile stupidaggine?
Lei si poggia il golfino sulle spalle. Che bel sorriso che ha. Ma sembra di compatimento, non certo un invito. E se ne va, annunciandomi la sua partenza per il giorno dopo. Per dove, non me l’ha detto. Ma sono sicuro che, ormai del tutto scontenta della nostra realtà di oggi, degli uomini di oggi, ritornerà nelle pagine del gran libro da cui è uscita, e nel cui titolo troneggia. E io sono rimasto lì a pensare che ho avuto per un attimo la possibilità di diventare il terzo amante italiano, quello giusto, di Lady Chatterley, e me la sono giocata così.