Lady Diana, le star di Wembley abbracciano la principessa del popolo

Elton John, i Duran Duran e Bocelli nel concerto voluto dai figli Harry e William

Londra - Mamma mia, quando le braccia si alzano al cielo e da dietro il sipario spunta Elton John seduto al piano, ecco, proprio in quel momento, la gente si è sentita come se Lady Diana fosse qui, sotto al palco, pedinata dai fotografi e dall’amore di chi la vede soltanto come una poveretta maciullata dallo ius primae noctis della tradizione reale e del destino irreale che punisce senza pensarci troppo su. Un incidente in macchina, dieci anni fa. Uno schiocco di dita del caso, uno schiocco veloce come quello che ha dato il la a questo show da cui è saltato fuori di tutto tranne che la retorica, e meno male. È cominciato così, con un vecchio artista che cantava una canzone immortale davanti a sessantamila persone nel nuovo stadio di Wembley, il concerto di tributo a Diana Spencer, la «principessa del popolo» che i suoi figli, e forse non solo loro, hanno preferito ricordare con un rito popolare come il rock piuttosto che con le cerimonie di lustrini e formalità che tanto piacciono alla Corona inglese. E così, quando dopo Elton John sul palco arrivano i principi Harry e William nessuno fa caso che entrambi leggano sul palmo delle mani le poche parole dei loro annunci, con lo stesso ridicolo candore degli studenti agli esami del liceo. Anche se sono i figli della Casa Reale, è grande lo sforzo di parlare davanti a decine di migliaia di persone della mamma morta della quale tutti sanno tutto e della quale, tanto per dire, l’altro giorno i giornali deploravano l’intesa sessuale con il padre. Comunque la si veda, per un figlio, persino per un figlio reale, è uno sforzo grande così. Però, «questa è una festa non una commemorazione» come dirà poi Dennis Hopper sul palco. Vero, questo è il ricordo sublimato di una principessa morta, non la sublimazione della retorica funebre. E perciò immaginatevi com’è esploso il pubblico quando il principe William ha annunciato «la band preferita di mia madre» e sul palco sono arrivati i Duran Duran, imbolsiti ma tosti, che hanno incasellato Sunshine, Wild boys (che Simon Le Bon dedica ai principi) e Rio, la canzone che Lady D avrebbe voluto ascoltare e che qui non dimostra neppure i suoi vent’anni e rotti.

Tutto, se proprio vogliamo, è sospeso in aria senza spazio e senza tempo. Gli Status Quo aprono la seconda parte del concerto e non sembra che abbiano ben più di sessant’anni; Rod Stewart apre la terza (introdotto da Keifer Sutherland) e non dimostra i suoi tre matrimoni neppure quando canta Hot legs o Maggie May come un ragazzino qualsiasi. E paradossalmente forse i meno al passo con i tempi sembrano Lily Allen in turchese, Fergie in bianco, Joss Stone in verde e Nelly Furtado in fucsia che smaniano per apparire ciò che non sono, sex symbol o performer coi fiocchi. Gli altri, da James Morrison ai Take That all’extraterrestre P. Diddy che cantaun pezzo storpiato dei Police, sono sinceri e soprattutto vicini alla gente, che li applaude, li osanna, li canta tutta d’un fiato. E Bocelli: che successo la sua Music of the night a tre giorni dallo show di Lajatico. Ma certo, il momento più alto di questo concerto (trasmesso in Italia da Rtl 102,5, da Sky Vivo e in differita da Sky Life) è quando Ben Stiller presenta di nuovo Elton John. Tutti sanno che il concerto sta per finire e che da lassù Lady Diana si aspetta solo di ascoltare Candle in the wind, la canzone che sir Elton le ha dedicato e che sembra fatta apposta per lei. Prima bisogna attendere Saturday night alright for fighting, Are you ready e Tiny Dancer ma poi nulla. E il boato dello stadio si lascia spegnere.Ela gente è così commossa che il clangore di quell’incidente sotto il tunnel non si sente neanche più.