L'affondo della Fiat: "Ma all’Italia interessano le auto?"

Il presidente Elkann: "Condizioni perché si investa nel Paese" Marchionne: "Vogliamo essere competitivi qui, altrimenti..."

nostro inviato a Rimini

«La Fiat continuerà a fare auto. Ma la vera domanda è che cosa ha intenzione di fare l’Italia, se l’Italia ha voglia di fare auto. È necessario creare le condizioni perché si investa nel Paese». John Elkann, presidente della Fiat, sale sulla ribalta del Meeting e, dopo la presa di contatto con l’universo ciellino, tira fuori le unghie e si concede qualche entrata a gamba tesa. Davanti alla grande platea che lo accoglie per ascoltare la sua esperienza di giovane manager, Jaki dimostra di saperci fare e di saper trovare la frequenza giusta per arrivare alla mente e al cuore dell’uditorio. Pacato, sorridente, tutt’altro che spocchioso, cita il Vangelo e la parabola dei talenti. Poi, sollecitato dal presidente della Compagnia delle Opere, Bernard Scholz, sposta l’attenzione verso il presente.

La Fiat, dice, non cambia le sue strategie di fronte a una crisi probabilmente ben più grave delle proiezioni dello stesso Lingotto, né intende recidere le radici italiane del gruppo. Il problema, dicono Elkann e Marchionne in un Meeting in cui gli uomini Fiat si stanno ritagliando un ruolo da assoluti protagonisti, riguarda la credibilità del Paese, sia a proposito dei suoi impegni fiscali e finanziari, sia come luogo di lavoro e di sviluppo. Insomma: non siamo qui per erigere barriere di protezione o pretendere incentivi o aiuti. Piuttosto abbiamo l’ambizione di offrire un modello a cui guardare per avvicinare l’Italia alle pratiche competitive del resto del mondo industrializzato.

«La voglia di continuare a investire c’è» ma servono certezze perché «la Fiat si fa finanziare dai mercati internazionali e per questo deve garantire gli interessi da pagare» dice Sergio Marchionne. «Da multinazionale quale è, la Fiat - continua - vuole cercare di portare lavoro in questo Paese utilizzando la base operativa e le capacità professionali dell’Italia. Il Paese, se lo vuole fare, lo fa, sennò non si fa. Solo quando avremo la certezza di poter governare i posti in cui investire lo faremo». Il riferimento è ai siti produttivi. Marchionne ricorda che «quello su Pomigliano è un impegno che abbiamo preso e l’investimento è partito». «Quelli che abbiamo fermato sono Grugliasco e Mirafiori: stiamo aspettando che esca nel dettaglio l’opinione del giudice di Torino. Vediamo se ci darà ragione, analizziamo questo e il provvedimento di legge che è stato proposto e vediamo se ci dà la certezza di governabilità degli stabilimenti: se c’è quella certezza andiamo avanti».

Nel frattempo sulla scena politica potrebbe presto irrompere un membro della grande famiglia Fiat. «Luca di Montezemolo in politica? Non escluderei la possibilità che ci entri e se lo facesse avrebbe personalmente il mio appoggio. È una brava persona e ha fatto un lavoro straordinario con la Ferrari. So che a livello internazionale è conosciuto, ha una grandissima credibilità come personaggio» dice l’amministratore delegato della Fiat, concedendo il suo endorsement al presidente della Ferrari. «Poi - prosegue Marchionne - se queste capacità sono disponibili e applicabili alla gestione del Paese è una domanda a cui deve rispondere Luca. Per me è una persona che apprezzo e continuo ad apprezzare. Il mio consiglio spassionato è di non farlo. Gliel’ho già detto e continuo a ripeterglielo ma se lui è veramente interessato nessuno lo può bloccare».

Il merito che Marchionne riconosce a Montezemolo è la capacità di saper creare «grandissime squadre in grado di vincere e l’Italia ha bisogno anche di questo». Marchionne non si sbilancia sul fatto che Montezemolo possa essere la salvezza dell’Italia. «Non so se sia la salvezza dell’Italia, parliamo di alternative». L’affondo di Luca di Montezemolo a favore di una patrimoniale per i super ricchi non dispiace a Marchionne. «Sono disposto a fare qualsiasi cosa per aiutare se l’obiettivo è chiaro». Infine la chiusa su un suo possibile incarico in politica. «Io ministro dell’Economia? Mai».