Il Lagaccio si è arreso ai simboli del degrado

Luciano Gandini

La parola «Lagaccio» nell'immaginario collettivo solitamente è preceduta dalla parola «biscotto». Ed è sicuramente un'immagine positiva e dolce. Quando, invece, si pensa al quartiere del Lagaccio, il sapore cambia e lascia l'amaro in bocca. La nomea non è di quelle rassicuranti, nonostante il fatto che a memoria d'uomo non ci siano mai stati episodi tali da giustificarne una simile fama. È un quartiere che da sempre premia la sinistra, senza essere mai riuscito ad avere qualcosa in cambio di questa fedeltà cieca ed assoluta. Bastano tre parole, altro che sole-cuore-amore, per descrivere i problemi di questo pezzetto di Appennino ligure: caserma-autorimessa-palazzorosso. Sono simboli del degrado del quartiere, con cui le persone convivono da sempre, avendo ormai perso ogni speranza con l'avanzare dell'argento e del bianco nei capelli. La gente è stanca, arresa. Sembra aver deciso che questo quartiere ormai va bene così com'è, tanto di risposte da parte delle istituzioni non ne sono mai arrivate e quando arrivano, si rivelano per quello che sono: parole. La vita gira intorno ai bar, al centro sociale per anziani, alla parrocchia. E i capannelli degli anziani, dopo aver esaurito ogni possibile argomento riguardo alle disgrazie di Genoa e Samp, tornano a parlare della caserma «Gavoglio», dell'ex autorimessa Amt e del «palazzo rosso», che nulla ha a che vedere con il bellissimo museo di via Garibaldi. Poi c'è qualche motorino bruciato, qualche auto abbandonata, ma niente di più. Prima o poi, più poi che prima, le tolgono, magari con qualche manifestazione dove sono proprio i cittadini a caricarsi la carcassa in spalla. Stesso discorso per le deiezioni canine, soprattutto davanti alla scuola del quartiere. Tanto la colpa è dei cani.
Quello comunemente chiamato «palazzo rosso» è il palazzo delle ferrovie che incombe sulla stazione di Genova Principe. Difficile non vederlo, aspettando un treno. È un vero e proprio tappo, che toglie aria e luce a queste strade e che fa del quartiere una «zona d'ombra» o un ghetto, per usare una parola degli stessi abitanti. Dovrebbero buttarlo giù, quanto meno fino al piano strada, e dar spazio al panorama sul mare, sul porto, sulla città. Da anni sembra cosa fatta, annunci a cui seguono annunci. L'ultimo di questi dice che le ferrovie esigono una volumetria analoga in un'altra zona della città, che abbia più o meno le stesse caratteristiche di vicinanza al centro, dove trasferire gli uffici, altrimenti si resta lì. Si pensa a degli spazi in porto, alla darsena, al silos Hennebique, visto che la facoltà di Ingegneria sembra non volerci più andare, ma per il momento il tappo rosso rimane lì dov'è, all'inizio della via del Lagaccio, ancora per molti anni, come orrendo biglietto da visita. E come se non bastasse la polizia ferroviaria si è pure «fregata» dei posteggi in strada: può farlo, codici alla mano, ma la cosa non è andata giù ai residenti, che dalla sera alla mattina si sono visti scippati degli spazi con tanto di catenelle e paletti. «Senza considerare - dicono - che il garage, la polizia, ce l'ha». Qui, infatti, il problema parcheggi è sempre più grave e va di pari passo a quello della viabilità. Da quando in cima hanno costruito il supermercato, poi, la situazione non è certo migliorata, anzi. Ma non basta. Il Bingo, uno dei tre sopravvissuti in tutta Genova e sicuramente il più elegante, ospitato ai piani bassi dell'ex albergo di lusso Miramare, ristrutturato dopo anni di abbandono, porta gente e auto e di sera la ricerca di un posteggio diventa una caccia al tesoro. E nessuno fa bingo. E una prima soluzione al problema parcheggi si era anche trovata. L'ex autorimessa Amt è lì, a metà strada, brutta, grigia, sporca, ma enorme e a disposizione. Volevano farci un parcheggio «fai da te», una di quelle operazioni che prevedono la costituzione di una cooperativa e l'affidamento di un'area con qualche semplificazione amministrativa. Ben 160 auto avrebbero trovato casa lì dentro e abbandonato le strade del Lagaccio per sempre. Era tutto pronto, anche i tappi dello spumante stavano per saltare per festeggiare il raggiungimento dello storico risultato. Niente da fare, il Comune, nella sua affannosa ricerca di soldi, aveva deciso di vendersela attraverso le sue preposte società.Peccato che si era dimenticato di comunicarlo.
Putiferio e lo spumante tornava in cantina. Vaglielo spiegare adesso ai cittadini. Marcia indietro, mettiamoci una pezza. Il vicesindaco ha capitolato e ha dato l'assicurazione: sì, l'edificio è in vendita, ma lo venderemo solo alla cooperativa dei residenti e, possibilmente, ad un prezzo «politico» e non di mercato. Salvati capra e cavoli, per ora, ma i tempi si sono inesorabilmente allungati di qualche anno. E salendo su si incontra la «caserma Gavoglio». Un problema, anzi Il problema del Lagaccio: si tratta di un'enorme rudere militare scarsamente utilizzato. Il Comune la voleva gratis, in nome della riqualificazione sociale del quartiere. Passano gli anni, i governi, sia di sinistra che di destra, ma niente, lo Stato, come del resto qualsiasi buon padre di famiglia, sembra non voler rinunciare ai suoi beni. L'ultima notizia è che finalmente qualcosa si muove. Il Ministero della Difesa l'ha messa in vendita. Prezzo: 65 milioni di euro virgola qualcosa, altro che gratis. Adesso vedremo cosa succederà. Già quest'annuncio ha sparso il panico. Chi ha paura di torri stile «Fiumara», chi preconizza già mega alberghi. Per ora solo voci, incontrollate e, probabilmente, messe in giro ad arte per gettare ombra sulla decisione del Ministero. Un piccolo passo in avanti forse c'è. Alcune famiglie di militari che abitavano lì dentro se ne sono andate, chi vivrà vedrà. Ma se uno si mette ad aspettare la soluzione ai problemi, fa prima a morire che a vivere. Resta il fatto che occorre allargare la strada, stretta proprio a causa dei muri della caserma. E fino a che qualcuno non mette mano, anzi le ruspe, non si può fare. Se un muro può causare dei problemi, un albero dovrebbe essere di soluzione più rapida. Quegli enormi fichi davanti alla caserma andrebbero potati, ma per farlo c'è bisogno di mettersi d'accordo con l'Agenzia del Demanio. E fino a che non c'è il consenso, non si muove foglia. Avevate dubbi?