L'agonia insopportabile

La cronaca quotidiana dell'insopportabile attesa degli italiani è cominciata ieri, alla voce referendum elettorale, con Riccardo Illy il quale, parlando di Walter Veltroni, ha detto che «pensa alla guida del Pd non alla governabilità», mentre «il Paese ha bisogno di chiarezza». È proseguita con Mauro Fabris che ha contrapposto allo «stile veltroniano» la necessità del «coraggio di scegliere». Due giudizi che, dopo quello di Arturo Parisi, hanno dato il via alla stagione del logoramento del sindaco di Roma e della sua «bella politica».
La cronaca è poi continuata, alla voce pensioni, con Tiziano Treu secondo il quale Rifondazione è «inadatta» al governo per la sua visione della società e per la cultura che esprime. Finalmente una verità, anche se «inadatto» suona il programma dell'intera Unione che, alla pagina 169, reca scritto nero su bianco l'obbiettivo di «eliminare l'inaccettabile gradino, come prevede per il 2008 la legge approvata dalla maggioranza di centrodestra». E a modo suo «inadatto» è apparso anche Tommaso Padoa-Schioppa nel momento in cui, da Bruxelles, ha brandito le preoccupazioni dell'Ecofin come un'arma letale contro gli alleati della «sinistra sinistra». Ecco di nuovo l'alibi dell'«Europa usa e getta» in mancanza del coraggio di aprire apertamente la vertenza con un massimalismo coccolato, blandito e incoraggiato da anni.
In questi mesi, per descrivere il fallimento dell'Unione, si sono consumate tutte le possibili parole e formule. Con la Finanziaria si è fin troppo facilmente usato l'argomento del centrosinistra prigioniero del massimalismo. Si è poi sottolineato il silenzio dei riformisti. Ci si è quindi accorti della priorità data dall'intera maggioranza alle tecniche di sopravvivenza rispetto alle esigenze della governabilità. Si è arrivati infine a constatare la paralisi. Ora siamo alla palude, alle sabbie mobili. Alla credibilità zero, se perfino il «salvatore della patria», Veltroni, è riuscito a mettersi in un guaio nel momento in cui gli è toccato indicare, per la prima volta, una scelta precisa.
Sarà difficile in futuro trovare altre parole e altre formule. Ormai c'è solo l'attesa di un'implosione. Si aspetta il momento in cui qualcuno degli alleati decida di compiere l'atto destinato a sancire la fine di un'esperienza che la gran parte degli italiani considera in realtà già esaurita. Ci sarà? Chi sarà ad avere il coraggio di farlo o a sentirsi nell'obbligo di farlo, pena la perdita della propria identità e la crisi del rapporto con l'elettorato di riferimento?
Tutto si gioca all'interno di una maggioranza finita in una palude. È una condizione insuperabile? Se si guarda a ciò che è accaduto dall'aprile del 2006 ad oggi, si deve constatare che tra i paradossi del bipolarismo italiano c'è anche quello della difficoltà che ha l'opposizione a svolgere un ruolo. Può solo aspettare. Aspetta di incassare i sondaggi favorevoli, si limita a veder crescere giorno dopo giorno la popolarità di Berlusconi, può indicare l'orizzonte del ricambio, confida in un incidente parlamentare. Può perfino veder riconosciute le proprie ragioni sulle irregolarità del voto. Ma non riesce a cambiare un insopportabile clima di attesa.