Laila: «Mio papà Alì sta morendo Ormai non parla più»

Lo sport col fiato sospeso: peggiorate le condizioni dell’ex campione affetto dal Parkinson. È in ospedale, ha subìto un intervento alla schiena

Riccardo Signori

La montagna si sta addormentando. La fiammella si sta spegnendo. La leggenda sta sfumando. Il cammino di Muhammad Alì verso Allah si è fatto più frettoloso. Lo racconta chi gli sta vicino, lo comincia a dire con voce angosciata Laila, la bella ragazza che ha riportato il nome di famiglia sui ring d’America. Laila è bella e forte, una che sa vincere a suon di pugni perché sente scorrere nelle vene sangue di papà, però davanti a quella montagna umana che va sgretolandosi comincia a soffrire, a non sentire più dentro di sé la forza che l’ha accompagnata nelle mille e una avventure di vita. Laila è la campionessa della boxe femminile che ora combatte anche per tenere vivo il padre. Muhammad è il campione di tutti che, fra meno di quindici giorni, dovrebbe inaugurare il museo della sua personale Hall of fame. Idea da megalomane come la gran parte delle cose cui ha messo mano nella vita: da quando cominciò a vincere l’oro olimpico a Roma per proseguire con la caccia spocchiosa e disinvolta alla conquista della corona dei pesi massimi. E ancora, il rifiuto di combattere in Vietnam, la conversione religiosa, le battaglie con Frazier, il match del mito con Foreman, la follia di non saper lasciare il ring a tempo debito, la consapevolezza di lasciarsi spennare dalle sette religiose, la capacità di rendere tutto più grande e più ingombrante: dai libri autobiografici che si trasportano solo con le carriole a quell’immagine davanti al tripode di Atlanta.
Tutti vorremmo ripensare a un certo Alì e non a quello recentemente descritto da Laila. «Per lui parlare è un’enorme fatica, ormai non lo fa quasi più. Per me è doloroso perché vorrei parlare con lui, come ai vecchi tempi. Caratterialmente ci somigliamo. Ci sono alcuni giorni in cui le sue condizioni migliorano, altri in cui sta peggio. Prende molti medicinali, spesso è molto difficile comprendere quello che dice. In ogni caso è molto lucido e perfettamente in grado di capire quello che gli succede. Spesso ho la sensazione che voglia dire qualcosa, ma non abbia abbastanza energie per muovere le labbra. Come se fosse intrappolato nel suo stesso corpo». È da anni che Alì, ex Cassius Clay, trascina il corpo in questo stato, combattuto giorno dopo giorno dal morbo di Parkinson. Fa cose semplici: colora, disegna, ritaglia fotografie dalle riviste. «Fa piccoli giochi di prestigio. Però la sua soglia di attenzione è molto bassa». I giochi di prestigio sono stati sempre una delle attività predilette di Clay. Erano, e sono, un suo modo di parlare, di incantare la gente come gli capitava quand’era soprannominato la lingua di Louisville. Ora la sua città attende l’apertura del museo, sponsorizzato dalla Ford e dalla Old National bank per oltre 20 milioni di dollari, trentamila metri quadrati dove lavoreranno 50 persone. Un altro regalo a un mondo da amare e nel quale farsi amare.
Qualcuno sostiene che potrebbe essere l’ultima frontiera aperta da Alì prima di andarsene: a gennaio compirà 64 anni. Chissà se ci arriverà. Raccontano, nel suo entourage, che le condizioni sono gravi. «Magari con pochi mesi di vita». Howard Bingham, l’ex fotografo, uno degli amici più fidati, capisce l’angoscia di Laila. «Sente di essere sul punto di perderlo». Alì ha subìto, di recente, un’operazione chirurgica alla schiena, è ricoverato presso l’ospedale dell’università di Emory, ad Atlanta, ed è sottoposto a terapie per il collo e la schiena. Chi lo segue, giorno dopo giorno, dice: «Combatte con lo stesso coraggio che aveva sul ring». E magari un giorno lo vedremo risorgere, davanti alla porta del suo museo. Abbacinante mistificatore, come in tutta la vita.