L'Alaska compie 150 anni e i russi rimpiangono la regione venduta agli Usa

I grandi progetti di unire i due continenti sono al palo e tornano a galla antiche recriminazioni

Nessuna celebrazione negli Stati Uniti, anche perché sarebbe stato di cattivo gusto festeggiare un grande affare, quasi un terno al lotto. Ma i 150 anni della cessione agli americani dell'Alaska da parte dello Zar Alessandro II alla ridicola cifra di 125 milioni di dollari attuali, in Russia hanno recentemente sollevato la rabbia dei nazionalisti e offerto spunti di rivendicazione. Soprattutto nelle regioni orientali dello Stretto di Bering e della penisola Chukotka. A suscitare voci di velleità d'annessione è stato non a caso il premier della Crimea, Sergey Aksinov («Se l'Alaska non fosse stata vergognosamente regalata agli americani oggi il mondo sarebbe diverso») e non solo per il precedente della recente guerra nell'Ucraina orientale, quanto perché lo Zar fu costretto alla cessione - pistola alla tempia - dopo aver perso la guerra di Crimea e ridotto alla bancarotta. I russi, già molto attivi nell'Artico, avevano oltrepassato lo stretto di Bering nel 1784, stabilendo per primi centri per il commercio delle pelli e missioni religiose. Quando Andrew Johnson firmò l'assegno, la stampa americana dell'epoca lo accusò di sprecare denaro pubblico per comprare ghiaccio per il suo amato whiskey. Poi l'Alaska è diventata prima la terra della corsa all'oro e il principale serbatoio energetico americano. «Questa è una buona occasione per far capire ai russi cosa ci hanno fatto gli americani», ha detto il ministro degli Esteri Sergey Lavrov, «e ricordare la nostra storica presenza nel continente americano».

Mentre Vladimir Putin, che ha appena inaugurato una nuova base militare nucleare nell'Artico russo, ha più volte accusato Washington di usare l'Alaska come «minaccia militare permanente contro la Russia. Noi ci impegniamo per la sicurezza della regione, loro ci puntano contro i missili». Un anniversario insomma che non aiuta il clima da nuova Guerra fredda nell'Artico, e a poco serve il sospetto, quanto effimero, feeling tra Casa Bianca e Cremlino per rilanciare ad esempio il megaprogetto del passaggio transcontinentale (pipeline inclusa) sullo Stretto di Bering, per il quale il governo russo ha già approvato uno stanziamento di 60 miliardi di dollari per il tunnel di 103 chilometri che dovrebbe congiungere la penisola Chukotka alle isole Diomede. Da quando l'America si è emancipata dal bisogno energetico (grazie al boom dello shale oil) non si è più parlato d'importare petrolio dalla Russia attraverso una pipeline sullo Stretto. E ora Donald Trump ha annunciato di voler riprendere le trivellazioni in Alaska. Nessun impegno concreto è infatti mai arrivato per la parte Usa, e cioè per il ponte che dovrebbe congiungere le Diomede alla costa dell'Alaska. Extreme Engeenering, programma di Discovery Channel, ha recentemente calcolato che per la sezione americana (circa 50 km) il costo di un'autostrada, di un doppio binario ferroviario ad alta velocità e una eventuale pipeline sarebbe di circa cento miliardi.

Se sembra utopica una cooperazione Usa-Russia nello Stretto, molto attivo è invece l'investimento cinese sulle nuove rotte commerciali marittime transpolari attraverso Bering. E pare un progetto avanzato, secondo China Daily, la costruzione di una ferrovia superveloce che dovrebbe collegare Cina, Russia, Canada e Stati Uniti attraverso un tunnel sottomarino di 200 km. Ma chi sceglierà mai un viaggio in treno di tre giorni tra Los Angeles e Pechino quando si vola in 12 ore?

Marzio G. Mian