L'albanese di Cervinia col papà dietro la porta

Sul pianeta del bob. Con i brasiliani al posto dei giamaicani targati Fiat

Riccardo Signori

L’altro giorno è andato a prendersi la bandiera. Gran galà, davanti a ministri e ambasciatori, quattrocento persone solo per lui, pronte a consumargli le mani a forza di stringerle e le guance a suon di baci. Poi l’inno nazionale. Chissà se lo ricordava ancora! Eppoi racconta: «Non dico l’emozione quando il presidente della Repubblica mi ha consegnato la bandiera, quella che terrò alta nella sfilata sulla neve. Tutti a dirmi: vogliamo una medaglia. Ed io: macché! Siete impazziti. Sono un albanese, ho 19 anni e l’unica volta che ho sciato con Rocca, lui partiva penultimo ed io ultimo in un SuperG. Ricordo che mi disse: povero te che sei ultimo! Vero, però gli ho risposto: almeno sono in buona compagnia».
C’è anche l’albanese. Sì, alle Olimpiadi della neve. New entry assoluta. Prima volta nella storia dei Giochi. Un avvenimento per un Paese che ha montagne e neve, ma non sa come si fa. Sci a scaletta e via per prendere un po’ di velocità. Chi ha mai visto attrezzature e impianti? Il cognome fa Tola. «E fin qui può sembrare italiano», spiega il papà. «Ma quando soggiunge: il mio nome è Erjon. Ecco che qualcuno sobbalza ancora: non sarai albanese? Certo, non abbiamo proprio una bella nomea». Problemi da emigrante. Ma Erjon se li è buttati dietro alle spalle. Il papà, nome italiano Giuseppe (e così pure la mamma Loretta e la sorella Marina) si trasferì dalle nostre parti nel 1991. «Caduto il muro tirava brutta aria». Passò due anni tra Savona e Aosta, lavapiatti o muratore poco importava per uno arrivato qui come perito chimico. Gli offrirono lavoro nella portineria di un condominio di Cervinia. Ed ora la loro vita è lassù, a 2200 metri fra scorci di bianco e turismo d’alto bordo. Erjon ci è arrivato nel 1993. Aveva sei anni, il resto del tempo lo ha passato più sugli sci che fra i banchi di scuola. «Il primo anno mi hanno bocciato perché non sapevo l’italiano». Anche se ormai parla meglio la lingua nostra che l’albanese. E ora, che attende divisa e abbigliamento con la scritta Albania, ricorda che fino all’altro ieri andava giù con la tuta da gara Italia.
Ai giochi di Torino, Erjon gareggerà in slalom, slalom gigante e SuperG. È stata una faticaccia in tutti i sensi: andare ai Giochi e conquistare i punti per essere ammesso alle gare. La federazione albanese esiste ufficialmente da tre anni, ha un budget di 3.000 euro all’anno. Come poteva aiutarlo? Tola è ancora un pioniere, più che un portabandiera. Perfino poco albanese nei riferimenti fisici. Capelli castani, un metro e 81 per 70 kg, ma con un cruccio: «Mi piace la velocità, però non faccio la libera. Non ho il fisico». Nel circus conosce già qualcuno, pur non avendo gareggiato in coppa del mondo: Blardone e Maier, Eberharter e Ghedina. «Davvero un grande», dice con ammirazione pensando ai suoi 36 anni. Li vede con gli occhi del ragazzo che scopre il paese delle meraviglie, in attesa di completare un sogno. «Vorrei essere a livello dei più grandi per le olimpiadi di Vancouver. Se non ci riuscirò, significa che valgo poco».
In questi anni ha avuto uno sponsor d’eccezione: il papà. Ogni anno Erjon gli costa tra i 10 e i 15mila euro. «Io e mia sorella Marina in qualche modo dovevamo ripagarlo: io ci ho provato con lo sci, lei sta seguendo un corso di laurea a Milano. A me i genitori hanno dato le gambe buone, a lei la testa». Un problema di punteggi ha rischiato di rovinare tutto quando Erjon è passato dalle gare baby a quelle giovani. Avendo passaporto albanese, non poteva gareggiare in Italia e conquistare punti gara. Non lo sapeva e nessuno se n’è accorto. La federazione internazionale ha chiuso un occhio e risolto tutto con un cavillo. Per il resto c’è voluta un po’ di fantasia. Fino a pochi mesi fa c’erano montagne da scalare, altro che scendere. Serviva danaro per avere l’appoggio federale. Ed allora, a fine anno, il papà ha affittato uno stand alla fiera di Tirana. Ed ha messo in mostra coppe, trofei, cartelloni e dvd sulle imprese del figlio. Accanto al loro, forse non per caso, lo stand Coca Cola. Da quel giorno Erjon Tola ha trovato diversi sponsor e una nazione dietro di lui.