L'Alberto Sordi inedito Pensava a film sul Duce ma venne minacciato

L’attore pensava di interpretare Mussolini facendone venire fuori il
lato &quot;domestico&quot;: &quot;Dal Sud America mi <em>consigliarono</em> di non farlo&quot;

Ce lo vedete Sordi che fa Mussolini? Certo più di Gassman (troppo alto), di Mastroianni (troppo pacioso) e anche di Tognazzi e di Manfredi. Nessuno degli altri quattro moschettieri della commedia avrebbe potuto impersonare il Duce meglio. O meno peggio. Ma era pura fantascienza, almeno fino a ieri. Quando è venuto fuori che a Sordi, sempre contrario a interpretare personaggi reali, era venuto il ghiribizzo di diventare il Cavalier Benito. Niente a che vedere con la politica, per carità: in vita sua Albertone se ne era sempre tenuto distante, manifestando, massima concessione, una blanda simpatia per la Dc dell’amico Andreotti.

E allora? Sordi intendeva trasformarsi per lo schermo in un Mussolini pantofolaio, tutto casa e famiglia. Lui disse: «Mi venne in mente a Venezia: un giorno sulla spiaggia c’era De Feo che faceva Mussolini che suonava il violino e faceva molto ridere. Qualcuno mi disse se ci avevo mai pensato a fare Mussolini. Risposi che mi sarebbe piaciuto vedere a tavola mentre mangiano che cosa ne pensano i figli di quello che lui ha presentato dal balcone al popolo, che cosa ne pensa la moglie di questa amicizia con Ida, le raccomandazioni che gli faceva la famiglia. Ho saputo che donna Rachele dava anche dei bei “sganassoni”. Io lo avrei arricchito con particolari umani che mi inducevano a pensare che un italiano può, non impazzire, ma diventare un altro con questo consenso di tutto un popolo».

Sembra quasi uno dei ritratti deamicisiani dell’Istituto Luce: neanche l’ombra di un’amante e la guerra ancora lontanissima. Forse il lettore comincerà a spazientirsi: ma com’è che questa gustosa storia salta fuori solo ora? Semplice. Una giornalista, Maria Antonietta Schiavina, in due anni di certosino lavoro ha raccolto in centinaia di nastri le confidenze del grande attore. Molti aneddoti sono stati raccolti in un libro del 2003, Alberto Sordi. Storia di un commediante (Zelig), ma svariati altri sono del tutto inediti, come appunto il Sordi-Mussolini, tenuto nascosto fino a oggi per espressa volontà dell’attore che preferiva non rivelare tutto. Un binomio, a dir poco bizzarro, che sarà certo il piatto forte della serata in calendario domani a Carrara (alle 21, in piazza Alberica). L’idea è venuta al sindaco della cittadina toscana, Angelo Zubbani, che l’ha messa a punto col giornalista radiofonico Igor Righetti. Con loro sul palco il penalista di mille battaglie Nino Marazzita, il paparazzo della Dolce Vita Rino Barillari e, ovviamente, la Schiavina, la quale dovrà rintuzzare le tante domande dei curiosi.

Una delle quali precederà tutte le altre: come mai di quel Mussolini targato Sordi non si fece più nulla? La risposta, che sgorga dalle parole dell’attore, in viva voce su nastro, lascia sconcertati: «Mi arrivarono centinaia di telegrammi dall’America del Sud che mi dicevano di non farlo, minacce». Il periodo della grande tentazione cinematografica non è indicato, quindi gli autori degli imprecisati altolà sono di ancor più ardua individuazione. Comunque, immaginiamo che quei telegrammi furono abbastanza «convincenti» per raffreddare i bollori di Sordi, di cui tutto si può dire tranne che fosse un cuor di leone.

Peccato, perché quel Mussolini con ogni probabilità sarebbe stato davvero godibile. Meno gigione del Rod Steiger diretto da Lizzani nel ’74 (Mussolini ultimo atto) e meno caricaturale del Mario Adorf diretto da Vancini l’anno prima (Il delitto Matteotti). Nel vastissimo amarcord della Schavina risulta che Sordi pensava a un «Mussolini a casa quando con il cavallo saliva i gradini di Villa Torlonia e la gente sveniva guardandolo, nonché ai rapporti con i figli e la moglie». E invece niente. Così dovremo accontentarci di un Sordi fascista in sedicesimo. Esemplare peraltro. Come il Sasà Scimoni di L’arte di arrangiarsi (Luigi Zampa, 1955) che attraversa mezzo Novecento, saltando sempre, da perfetto italiano, sul carro dei vincitori. Quindi dopo essere stato interventista e prima di passare tra i comunisti, si infila l’orbace e fa il saluto romano. È in Abissinia nel 1941, quando nei panni del capitano De Blasi cattura il maggiore britannico Richardson (David Niven): succede in I due nemici (Guy Hamilton, 1961): finirà lui prigioniero degli inglesi: ma Niven che nella scena finale gli strizza l’occhio resta un pezzo di grande cinema. Anche se lontano dal capolavoro di Luigi Comencini, Tutti a casa (1960), dove il cocciuto tenente Alberto Innocenzi nell’Italietta del dopo 8 settembre non sa più chi sono i nostri alleati, ma continua a combattere come gli è stato ordinato. Anche il Mussolini non più Duce sarebbe stato fiero di lui.