LALLA ROMANO la sua vita è un’opera

Il compagno Antonio Ria: «La sua casa di Brera diventerà un centro studi, tutto è rimasto come lei lo ha lasciato»

Miriam D’Ambrosio

Bella, anche con tutti i suoi anni addosso, lo sguardo fiero, presente e distante. Lalla Romano ha attraversato il Novecento, ne ha visto lo scempio e la bellezza, ha lavorato senza tregua scrivendo romanzi, poesie, dipingendo, insegnando nelle scuole, respirando l'odore dei libri da catalogare nelle biblioteche.
«Scrivere vuol dire scrivere di sé, in modo più o meno dichiarato - diceva - scrivere per me è stato anche il tramite per entrare nelle vite degli altri», e descrivere sentimenti e stagioni, parlare del tempo incapace di invecchiare.
Oggi alle 18.30 nella Mediateca di Santa Teresa in via della Moscova, ci sarà un incontro, un «Ricordo di Lalla Romano nel quinto anniversario della morte», voluto dall'Associazione Amici di Lalla Romano e dalla Biblioteca Nazionale Braidense.
Un'occasione per avvicinare i più giovani alla sua scrittura, «immediata, diretta, sincera, sfrontata, che ha sempre attratto le nuove generazioni - racconta Antonio Ria, compagno degli ultimi quindici anni di vita di Lalla - Lei ha insegnato nelle scuole medie fino al 1959, anno della pensione, e ha sempre amato il contatto con i ragazzi. Non frequentava salotti letterari e mondani. Molti studenti di Brera venivano a trovarla anche per vedere i suoi quadri. Pochi sanno che Lalla frequentò la scuola di pittura di Felice Casorati».
L'interesse per la sua opera da parte di giovani studiosi, è testimoniata dalla presenza in Mediateca di Paolo Di Paolo, scrittore e critico ventitreenne innamorato della scrittura della Romano (nell'estate del 2001, mentre lui sosteneva la maturità, lei moriva). «A ottobre uscirà il suo libro chiamato “I ritorni sbagliati - Viaggio con Lalla Romano”», annuncia Ria, ed è solo uno dei passi che celebrano l'autrice piemontese nel centenario della sua nascita.
Sono in programma mostre, letture, incontri che coinvolgono diverse città, Roma, Torino, Lugano. «Purtroppo è Milano che si è defilata finora - dice Ria - il luogo in cui Lalla è vissuta tanto tempo e dove è stata consigliere comunale per un paio d'anni. Confido comunque in Vittorio Sgarbi che è anche socio dell'Associazione e ha sempre ammirato l'opera di Lalla Romano».
Stasera in via della Moscova la vita e l'arte di Graziella (questo il suo nome scelto dal padre Roberto che amava l'omonima novella di Lamartine), saranno ricordate da una biografia per immagini, foto e video, e testi scelti da Ernesto Ferrero, letti da Lino Spadaro e Gisella Bein, attori della torinese Assemblea Teatro. Un percorso completo introdotto da Dante Isella, presidente dell'Associazione.
«Si leggerà anche un brano inedito che lei scrisse da cieca - aggiunge Antonio - e in settembre uscirà edito da Einaudi il “Diario ultimo”. La mia volontà è quella di mettere a disposizione la casa di via Brera, l'archivio, le lettere, tutta la corrispondenza con Pavese, suo compagno di Università, Calvino, Bacchelli, Montale. Voglio che diventi un centro studi. Tutto è rimasto così come lei lo ha lasciato, i suoi volumi, i quadri, i mobili che lei stessa disegnò nel 1932, l'anno del suo matrimonio».
Antonio Ria, figlio del Salento, è un sacerdote della memoria, un devoto custode che racconta l'incontro con questa donna del profondo nord, un'amicizia che diventò convivenza, condivisione, scrittura comune, «un rapporto fatto di fascinazione e stima che mi dà nostalgia». Lui fotografo antropologo, che abbandonò l'insegnamento per starle accanto e organizzò la prima mostra dei suoi quadri a Torino nel '93, parla della grande forza classica e della contemporaneità degli scritti di lei. «La sua è una visione metafisica della realtà. Lalla non è una scrittrice di massa e non è facile mantenere viva la memoria, rafforzarla in questa società di apparenza e superficie, a cui va ricordata l'anima».