L'altra faccia di Genova: ecco il G8 visto dai 'cattivi'

Due libri rievocano gli scontri del 2001 per raccontare le paure, gli ideali, il codice morale e gli errori del reparto anti black bloc

Il celerino gonfia i muscoli e spazza la strada col manganello. Nelle orecchie ha una sola colonna sonora, le grida di chi da quarant’anni lo saluta, ultrà o tuta bianca fa poca differenza, sempre alla stessa maniera: «Polizia assassina», «Polizia bastarda» e via elencando con il repertorio di spagnolismi e complimenti che la piazza ha composto dal ’68 in poi. Il celerino è frustrato e colmo di rabbia, quei versi sgangherati gli danno la carica. Però il celerino non è un servo ottuso, una volta si sarebbe detto uno sgherro, dello Stato. Il celerino non è lo stereotipo di tanti cortei. Sorpresa: i poliziotti del reparto mobile non sono tanti piccoli Terminator; no, hanno un cuore e nel fondo del loro sguardo trovi la lealtà.

Giacomo Gensini, sceneggiatore, insegue Dario e ci porta sulla pira di Genova, per gli scontri fatali del G8: Genova sembrava d’oro e d’ argento (Mondadori, pag. 199, euro 16). Dario ha trent’anni e per mesi lo hanno addestrato in vista dell’apocalisse attesa nel capoluogo ligure per il G8. Eppure il primo incontro col nemico, i famigerati black bloc, non è un assalto all’arma bianca. Gli occhi di Dario scrutano «cento, centocinquanta» persone: «Sono vestiti di nero, il viso coperto, molti portano il casco. Alcuni di quelli davanti hanno grandi bandiere e tamburi che suonano una specie di marcia militare». Dario e i suoi compagni osservano: «Non che sappia chi sono, ma percepisco che saranno il nostro avversario. Che loro in qualche modo siamo noi. E il nostro è un saluto a un avversario che abbiamo riconosciuto».

Poi la guerra, feroce, può cominciare. I celerini sono duri, professionali, implacabili, ma non smarriscono il tratto umano. Ad un certo punto davanti a Dario spunta un gigante. Canta la Marsigliese e lo tramortisce con una bastonata violentissima che si abbatte sul piccolo scudo. I suoi compagni lo soccorrono, bloccano quel colosso, lo colpiscono senza pietà. Ma con un certo rispetto per il suo coraggio.

Genova in quei frangenti è un falò. Incendi, devastazioni, saccheggi. Le lacrime della gente. E i colpi di pistola che si portano via Carlo Giuliani. I carabinieri assediati hanno reagito e hanno premuto il grilletto: ora un ragazzo, quello che purtroppo tutti ricordiamo riverso nel suo sangue con l’estintore ancora in mano, non c’è più. La violenza degenera: le invettive, puntuali come un rigore della Juve al novantesimo, si moltiplicano. E i celerini soffrono. Perché, come i cavalieri medioevali, hanno un loro codice: mai sparare, mai, mai, nemmeno quando ne hai davanti duecento. L’ordine pubblico non è una bieca manifestazione di potenza, è un’arte, una missione per il celerino, e proprio per questo in vista di Genova è stato creato quel reparto d’élite. No, Dario e gli altri mai avrebbero sparato a Giuliani. Ma ormai è tardi. Troppo tardi. Il disastro è avvenuto, si tratta di contenere la furia.

Poi, finalmente, la trappola può scattare. I black bloc, braccati per ore fra i caruggi e i lacrimogeni, finiscono all’angolo. Sono bloccati, come topi. È arrivato il momento di attaccarli e di dare loro una lezione esemplare. Quella che si meritano per quello che hanno combinato. Ma il comandante del Settimo, Francois, non ha cancellato il cuore. Le tute nere sono ammassate nei pressi di una scogliera: scapperebbero, si butterebbero giù, sarebbe una strage. «Il Settimo non carica, non ci sono le condizioni minime di sicurezza» dice Francois, il comandante dagli occhi fiammeggianti. «Settimo - è l’ordine inaspettato - il primo che si muove può considerarsi un uomo morto, lo uccido io con le mie mani».

La guerra come tutte le guerre ha le sue astuzie ma rispetta le regole. Francois non può e non vuole violarle. Il compito del Settimo è difendere l’ordine pubblico: non c’è spazio dopo la morte di Giuliani per variazioni temerarie e rischiosissime.

Non è ancora la fine. Qualcosa di molto brutto accade: la catena gerarchica viene sostituita, gli agenti perdono i punti di riferimento, Francois scompare, un volto anonimo al suo posto. È notte, è arrivata una segnalazione, bisogna correre in una scuola: Dario e gli altri fanno irruzione alla Diaz e scrivono una pagina sventurata e oscena. Le botte, gratuite e inutili, i volti tumefatti, la violenza cieca, la repressine spietata e al fondo inutile. È la fine di quell’ideale, o forse no.

A volte i celerini danno il peggio di sé. A Genova è successo. I poliziotti sono stati mal indirizzati. E usati.

Carlo Bonini, giornalista e scrittore, nel suo Acab (Einaudi, pag. 191, euro 16,50) riparte proprio dalla «macelleria messicana» della Diaz. I referti sono agghiaccianti: «Uomo, diciannove anni, italiano. Trauma cranico». «Uomo, ventidue anni, italiano. Trauma cranico». «Uomo, venticinque anni, tedesco. Trauma cranico».

La Genova di Bonini è tutta concentrata nel perimetro della scuola. E nelle amare riflessioni del vicequestore Michelangelo Fournier, vero, col suo nome e cognome, come tutti i protagonisti tratteggiati da Bonini. Anche Fournier, come il Francois di Gensini, non voleva diventare complice di un’operazione di stampo sudamericano. Ma il suo percorso è meno netto: «Lui, la notte della Diaz aveva avuto l’ordine di ripulire una scuola dove gli era stato detto si nascondesse il blocco nero. E a quella pulizia aveva partecipato fino a quando non aveva realizzato quale menzogna celasse».

Il potere voleva schiaffeggiare il popolo di Genova. E dall’altra parte nessuno aveva provato a incanalare la ferocia, l’odio, la rabbia verso i celerini. Quello era un fiume che veniva da lontano: si formava «ai cancelli della curva di uno stadio», il principale campo di lavoro di un celerino, «all’ingresso di una casa occupata, di fronte a un centro sociale». Ed era cresciuto come una metastasi di giorno in giorno. Fino all’esplosione di Genova.

Nelle stanze buie della Diaz, Fournier raggiunge un faticoso compromesso: grida al VII di lasciare la scuola. Ma non si mette di traverso e non cerca di bloccare quello scempio compiuto da chi indossa le anonime pettorine «Polizia».

All cops are bastards: tutti i poliziotti sono bastardi, è il mantra di quei ragazzi che da due generazioni giocano con la violenza sull’asfalto delle nostre città e trasformano il pallone domenicale in un rito barbarico. A Genova, alla Diaz, i celerini hanno smarrito il loro onore. Non più la battaglia, ma la rappresaglia. E lo Stato fatto a pezzi. Ma sempre a Genova hanno anche dimostrato di avere non solo i muscoli. Ma anche il cervello e il cuore.