L'amara batosta dell'ex leader scaricato e isolato da tutti

Milano - Ossa rotte e giacca strappata. È un Guglielmo Epifani sconfitto quello che ieri ha impugnato la stilografica per siglare l'accordo con Cai, che una settimana fa aveva firmato solo a matita, mentre il suo braccio destro della Filt, Fabrizio Solari, scuoteva la gomma da cancellare urlando «no».

Che cosa è cambiato in 7 giorni? Tutto, fuorché l'accordo, rimasto identico nella sua sostanza politica: stessa cordata, stipendi più bassi del 6-7% e sempre 3.250 esuberi, sebbene il leader Cgil si sforzi di attribuirsi il merito su presunti «chiarimenti e aggiunte» che a suo dire «consentono di dare risposte ai problemi posti sul piano e alle questioni rimaste in sospeso».

Sindacalese perfetto, buono solo per placare le ire dei suoi iscritti, ma sale puro sulle ferite aperte sul fronte sindacale. Perché i segretari di Cisl e Uil, Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti, schierati per il «sì» già dalla prima ora, non ci stanno a passare per fessi. Nei giorni scorsi le bordate dei colleghi contro Epifani si sprecavano («becchino», «folle», «irresponsabile»), ma Guglielmo faceva finta di non sentire, nascondendosi dietro a un laconico «L'ultimo no? Non è stato il mio». E così il gelo tra i leader confederali rischia di spegnere «l'autunno caldo» minacciato dalla Cgil solo qualche mese fa e tutto da pianificare, piazze permettendo.

Ma dietro quella frase c'era tutta la strategia (perdente) di chi ha inteso giocare una partita su due tavoli con carte spaiate. Un rilancio dietro l'altro, Epifani ha mascherato il suo bluff: prima ha dato la colpa alla Cai («Si è tirata indietro per dei contrasti interni», 19 settembre alla Stampa), poi ha detto di aver provato inutilmente a chiamare Berlusconi (ma Palazzo Chigi ha smentito), ha invocato un partner straniero forte («Ci vuole know how o esperienza sennò si fanno brutte figure», 21 settembre a In mezz'ora su Raitre), poi ha chiesto l'intervento del commissario straordinario Augusto Fantozzi, che però gli ha risposto picche. Quando anche il Pd ha iniziato a tirarlo per la giacca invitandolo a firmare «per non offrire alibi al governo», perché era chiaro a tutti che l'intesa era a un passo, il leader Cgil ha dovuto cedere.

Isolato da Cisl e Uil, scaricato dal Pd (Veltroni a Porta a Porta si pavoneggia di averlo convinto ad accettare, ma questa è un'altra storia), a Epifani non restano che i lavoratori. Perché, in fondo, ai sindacalisti interessa solo tutelare operai e fasce deboli. Difficilmente le hostess da 2.500 euro al mese per tre ore di lavoro, che giovedì scorso festeggiavano il fallimento della trattativa, e gli assistenti di volo (tradizionale feudo di Alleanza nazionale) correranno a iscriversi alla Cgil. L'appello lanciato ieri davanti alle telecamere del Tg1 («Una piccola rinuncia di oggi potrà essere più che compensata domani») rischia di rimanere inascoltato. Per fortuna (di Epifani) ci sono migliaia di lavoratori precari e stagionali Alitalia e Air One «di cui ci si era dimenticati - ha detto - e ai quali abbiamo risposto» sui quali fare affidamento per tessere e manifestazioni. Peccato (per Epifani) che i precari che sostiene di aver difeso, fino a l'altro ieri fossero in piazza contro di lui, a Fiumicino a urlare un po' «Alitalia siamo noi» e un po' «Duce, Duce».

felice.manti@ilgiornale.it