L'America ripartirà. Preoccupa l'Italia

Niente allarmismi ma consapevolezza di una congiuntura difficile: queste le conclusioni del Consiglio Europeo. Nulla di nuovo, l'Italia come sempre assente in quanto ultima ruota del carro. La quotazione del prezzo del petrolio rompe i 110 dollari al barile. L'euro varca la soglia record di 1,56 contro il dollaro. La volatilità dei mercati borsistici mondiali fa tremare gli analisti che si sono ridotti a pensare l'impensabile, agitando ancor di più le acque. Già, ma dove va l'economia mondiale? E quella di casa nostra?

Ma è vero che va tutto male? Procediamo con ordine. Negli Stati Uniti, le previsioni di crescita per il 2008 sono state corrette al ribasso, dall'1,8-2,5% al 1,3-2,0%, tant'è che si parla di brusca frenata. Casa Bianca e Riserva Federale non hanno esitato a intervenire sia con misure di sostegno di politica fiscale (pacchetto di riduzioni fiscali e incentivi agli investimenti per 152 miliardi di dollari, circa un punto di Pil americano), che di politica monetaria espansiva (taglio di 1,25 punti del tasso di interesse, ora al 3%, e maxi immissione di liquidità per 200 miliardi di dollari). Questa frenesia interventista americana, tuttavia, sembra dettata più da ragioni politiche che economiche: la prospettiva delle elezioni presidenziali a novembre, e la contemporanea campagna per le primarie. Ma ci sono almeno due altre ragioni, questa volta di matrice economica, che fanno, piuttosto, ben sperare. Da un lato c'è la semplice necessità di intervenire nel breve periodo per rispondere al rallentamento di occupazione e consumi. Dall'altro, sia la Fed che il Tesoro americano credono che, dando ora uno stimolo forte all' economia, si minimizzeranno gli effetti della congiuntura negativa e della crisi finanziaria generata dai subprime.

Insomma, gli interventi americani, più che preoccupare, fungono da polizza assicurativa per il futuro. Di grado diverso sono le analisi in altre economie. In quelle emergenti si continua a beneficiare di elevati tassi di crescita e se gli alti prezzi delle materie prime preoccupano sul fronte inflazionistico, un rallentamento delle esportazioni potrebbe essere letto più come una necessità, al fine di rendere più sostenibile lo sviluppo economico, che come una vera e propria frenata. In Europa, nonostante tutti gli organismi preposti abbiano corretto al ribasso le previsioni di crescita per il 2008, su una forchetta tra 1,3% e 2,1% (e tra 1,3% e 2,3% nel 2009), c'è scetticismo sulle misure messe in atto dall'altra parte dell'Oceano (la Bce ha lasciato i tassi di interesse invariati). Scetticismo giustificato dai segnali che arrivano dai fondamentali dell'economia.

Conti pubblici migliori, tassi di occupazione chiaramente in miglioramento (il tasso di disoccupazione nell'area euro è al 7,1%, il valore più basso dagli anni '80), produzione industriale ed esportazioni che rimangono solide e perfino l'euro forte sono a garanzia di fondamentali economici che sostanzialmente tengono. La correzione al ribasso sulle previsioni di crescita per il 2008 deve essere letta, dunque, come un aggiustamento derivante dai riflessi negativi dell'economia americana, calmierato, però, dai benefici da domanda interna e dalla ancora sostenuta domanda esterna. E l'Italia? L'Italia va male, con la sola notizia positiva che la stagione dei Padoa- Schioppa e dei Visco è finita.

Ciò che inquieta, invece, è lo stato dei conti pubblici (Almunia non ha escluso una manovra correttiva, in corso d'anno, dopo le elezioni). Infatti, nonostante Padoa-Schioppa abbia suonato le campane a festa nella Relazione presentata questa settimana, i segnali sono contraddittori. Ad esempio, se in termini relativi il debito pubblico è sceso rispetto al Pil al 103%, ciò non ha implicato automaticamente un giudizio positivo da parte dei mercati. Al contrario. Basti pensare all'asta parzialmente deserta, tenutasi lo scorso martedì, per collocare la solita maxi razione di Bot. E più ancora preoccupa il differenziale, sempre più aperto, fra i bond italiani e tedeschi giunto a 63 punti base. Queste contraddizioni non dipendono da fattori esterni, quanto piuttosto dalla colpevole azione di politica economica dissipatrice del governo Prodi (i 40 miliardi di extragettito malamente spesi).

Prodi, come abbiamo già avuto modo di affermare, ha buttato due anni di crescita del Pil tra l'1,5-2%, sprecando l'opportunità di sanare veramente i conti pubblici. Per questo il prossimo governo dovrà impegnarsi subito, e per i prossimi due anni, dando un segnale forte ai mercati e all'Ue, destinando tutto il surplus generato dal gettito fiscale per la riduzione del deficit di bilancio. Questa prima forte azione di politica economica ci permetterebbe di accompagnare definitivamente la fine della procedura di infrazione per deficit eccessivo, e ci porterebbe nel 2009-2010 all'obiettivo del pareggio. Per questa via, congiuntura internazionale aiutando, il triennio successivo (2010-2012) dovrebbe diventare il ciclo positivo dell'espansione in termini di crescita, consumi e investimenti. Espansione che, finalmente, ci porterebbe a colmare il differenziale di crescita con la media europea, accentuatosi nei venti mesi del disastroso governo Prodi (crescita in Italia nel 2008 allo 0,6%, area euro al 1,7%).

È nei momenti difficili che si misura la qualità dei governi. E i prossimi mesi saranno certamente difficili, per colpa di Prodi. La crisi internazionale non c'entra, come non c'entra la globalizzazione. Facciamocene una ragione! Ce lo dice anche l'Europa.