Lamezia, agguato all'ex assessore

Gino Benincasa, 64 anni, ex assessore comunale nelle liste del Psi è stato ucciso con 15 colpi di arma da fuoco nella notte mentre usciva di casa. Da poco non era più un sorvegliato speciale

Catanzaro - Un imprenditore del settore ittico, Gino Benincasa, di 64 anni, è stato ucciso a colpi di arma da fuoco nella notte a Lamezia Terme. Benincasa è stato raggiunto da almeno 15 colpi di arma da fuoco. Benincasa da poco era uscito dal provvedimento di sorveglianza speciale di pubblica sicurezza. L'uomo, secondo una prima ricostruzione, è stato raggiunto dai colpi di armi da fuoco diverse, probabilmente di tipo militare, sotto casa mentre stava salendo a bordo di un furgone per andare a prendere del pesce. Per l'omicidio sono stati utilizzati un fucile calibro 12 e una mitraglietta calibro 7,62, forse un kalashnikov. I killer hanno atteso l’imprenditore fuori dal cancello di casa e quando ha aperto ed è uscito a bordo del suo furgone gli hanno sparato numerosi colpi. Successivamente i sicari sono fuggiti nei campi circostanti l’abitazione facendo perdere le proprie tracce. Al momento dell’agguato, in via Gioacchino Murat, l’uomo era da solo. È probabile che i killer conoscessero perfettamente le abitudini di Benincasa che a quell’ora era solito recarsi a prelevare del pesce per le proprie attività nel settore della distribuzione ittica. Sul luogo dell’omicidio sono immediatamente giunti gli investigatori della squadra mobile di Catanzaro e gli agenti del commissariato di Lamezia Terme.

Inchiesta all'antimafia L’inchiesta sull’omicidio di Gino Benincasa è attualmente coordinata dalla procura ordinaria di Lamezia, ma già nei prossimi giorni gli atti saranno trasmessi alla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro. Date le modalità del delitto, con l’utilizzo anche di una mitraglietta, e i trascorsi giudiziari della vittima, infatti, gli investigatori non hanno dubbi sul fatto che si tratti di un omicidio di ’ndrangheta. Già nell’immediatezza del fatto, la Dda è stata informata e le prime attività sono state concordate d’intesa tra procura e Dda.

Ex consigliere comunale Benincasa nel ’91 fu eletto consigliere comunale nelle liste del Psi e fu poi nominato assessore. In quello stesso anno il consiglio comunale di Lamezia fu sciolto per infiltrazioni mafiose. Nelle motivazioni del provvedimento fu scritto, tra l’altro, che Gino Benincasa, "è legato da vincoli di amicizia con il pluripregiudicato ed ex sorvegliato speciale Giovanni Torcassio, con il quale è stato notato presidiare alcuni seggi elettorali". Anche in occasione del secondo scioglimento del consiglio comunale lametino, avvenuto nel 2003 e sempre per infiltrazioni mafiose, il nome di Benincasa veniva citato nelle motivazioni del provvedimento. Infatti, nella relazione si affermava che uno dei consiglieri, Mario Benincasa, era fratello di Gino, "coinvolto in inchieste antimafia". L’imprenditore era stato coinvolto, negli anni scorsi, nell’operazione "Primi passi", fatta dalla polizia contro alcune cosche di Lamezia Terme, uscendone assolto. Benincasa è stato coinvolto anche in altre inchieste, quali "Tabula Rasa", condotte contro la criminalità organizzata lametina. Sulla base delle vicende giudiziarie che lo hanno visto coinvolto, nei suoi confronti era stato emesso il provvedimento di sorveglianza speciale che è terminato lo scorso anno.

Sotto processo Nel settembre del 2003 Benincasa era stato arrestato assieme al figlio Giuseppe, con l’accusa di estorsione nei confronti degli eredi dell’imprenditore Antonio Perri, proprietario del centro commerciale Due Mari, ucciso sempre nello stesso anno all’interno del centro commerciale Atlantide di cui era proprietario a Lamezia Terme. Secondo l’accusa Benincasa e il figlio avevano chiesto a Francesco, Pasquale e Marcella Perri, una somma di denaro per evitare loro di finire nel mirino dei killer. Sempre secondo l’accusa i fratelli Perri, dopo che alcuni commercianti intenzionati a prendere in affitto alcuni locali del centro commerciale avevano subito gravi minacce per farli desistere dai loro propositi, si sarebbero rivolti a Giuseppe Benincasa affinché il padre potesse intervenire per fare cessare le minacce. L’accusa contestata a Gino e Giuseppe Benincasa si collegava anche ad alcune intercettazioni ambientali in cui i fratelli Perri, in alcune conversazioni tra loro, avrebbero indicato in Gino Benincasa e in alcuni imprenditori catanzaresi e lametini i possibili mandanti dell’omicidio del padre. A conclusione delle indagini a Gino e Giuseppe Benincasa venne contestato il reato di estorsione e il pm Gerardo Dominijanni chiese la condanna di entrambi rispettivamente a otto e quattro anni di reclusione. Successivamente Benincasa e il figlio vennero assolti. Contro questa decisione la Dda di Catanzaro ha proposto appello.