L'amore per una giovane donna è melodia di sogno

In libreria un volume su «Caruso», il capolavoro di Lucio Dalla che a ottobre compie 25 anni, ha venduto 38 milioni di dischi ed è stata cantata dalle voci più celebri. Storia di una canzone dolcissima dedicata al cuore di una ragazza poco più che ventenne

Una terrazza in riva al mare. Una donna. L'amore. Una melodia struggente. E una canzone, «Caruso», che diventa un simbolo. Una serenata a un sentimento e a un cuore. Quello di una giovane. Giovanissima. Di gran lunga inferiore, per età, a quella del suo cantore. Perché amare una donna poco più che ventenne è poesia. È favola. Sogno. Tenerezza. Limpidezza. Spontaneità. E freschezza. È amore che scorre cristallino, come acqua di sorgente. È protettivo. E dolcezza sopraffina. È un sentimento impagabile, che resta dentro. Attaccato al cuore. Abbarbicato alla mente. E fuso con esse. Indissolubilmente fuso con esse. Qualsiasi evento lo sconvolga. Qualsiasi destino lo sconquassi. Qualsiasi vento lo scuota. È amore allo stato puro. È poesia. Ammaliante poesia. Ma pericolosissima poesia. Perché se si allontana muori. Se quella fanciulla di sogno se ne va - e nessun uomo può volerlo -, l'uomo può morire. In balìa di quella favola che mai lascerà il suo cuore. E la sua anima. Culla eterna. Infinita. Di una ferita inguaribile. Non rimarginabile. Con la quale si può solo convivere. Ma, spesso, solo soccombere.
Si dice che Enrico Caruso avesse trascorso i suoi ultimi giorni a Sorrento con una sua giovane allieva. Ma forse è una fiaba. Visione onirica di un desiderio. Di certo ebbe una moglie giovanissima. La sposò che aveva 25 anni, quando lui superava i 45. Si chiamava Dorothy Benjamin e forse è proprio lei la donna che ha ispirato Lucio Dalla nel comporre «Caruso». Era l'estate 1986 e «là dove il mare luccica e tira forte il vento» il cantautore bolognese ha creato forse il suo capolavoro assoluto. E nel contempo ha impresso una sterzata alla propria carriera. Una cesura. E alla musica italiana, alla quale aveva sempre appartenuto, ha aggiunto il gusto saporito e vibrante del melò. Lirica. Con una canzone che dopo essere diventata un mito, oggi è anche un libro, «Caruso» (Donzelli editore, pp. 154, euro 17) in cui la studiosa musicale Melisanda Massei Autunnali traccia la genesi e l'impatto di quei versi sulla società italiana dalla seconda metà degli anni Ottanta fino ad oggi.
Perché «Caruso» parla d'amore. È amore. Cristallino e limpido come il cuore di quella fanciulla. Perché «Caruso» è un tributo. A un tenore che ha scritto la storia della lirica in Italia e, soprattutto, all'estero. In America. A New York. Ma non era stato profeta in patria. E Napoli, la sua terra, lo aveva sonoramente fischiato. Caruso gliela giurò. E non volle più tornarci, tanto meno esibirsi. Non riuscì nel primo proposito, ma centrò il secondo. La nemesi è stata la sua sepoltura partenopea. Dove tuttora riposa. «Caruso» è una citazione. A una canzone simbolo della napoletanità. Un'altra poesia. Versi che Caruso non poteva conoscere, essendo stati composti dopo la sua morte, avvenuta nel '21. «Davanti al golfo di Sorrento». Quella canzone, «Dicitencello vuje», è del '30. E parla d'amore. Di un uomo, non più in verdissima età, che non ha il coraggio di dichiararsi a una donna molto più giovane di lui. E le manda il messaggio del cuore, per mano della più fidata amica di lei. Diteglielo voi, appunto. «Ti voglio bene assai, ma tanto tanto bene, sai». Parole semplici, che ritornano puntuali ieri, come l'altro ieri. Come oggi. Come domani. E sempre. Come «Caruso». Che il 10 ottobre compirà 25 anni e ha venduto 38 milioni di copie ed è stata cantata da decine di artisti che hanno attraversato tutti i generi musicali. Da Pavarotti a Bocelli. Da Mina a Celine Dion. Da Julio Iglesias a Mercedes Sosa e Ute Lemper. Perché l'amore non ha un tempo finito. Dura per sempre, quello vero. E ha una lingua internazionale. Fatta di poesia, non di equivoci. «Caruso» che ha portato Dalla sulla riva lirica con la direzione, in anni recenti, perfino di «Tosca», è soprattutto un inno all'amore. Che strugge e commuove. Come quella fanciulla che l'uomo abbraccia «dopo che aveva pianto, poi si schiarisce la voce e ricomincia il canto». Quello, dolcissimo, verso il cuore di una donna che potrebbe avere l'età di tua figlia. E che dal tuo cuore non potrà mai andarsene. E tu stesso non saprai mai cacciare.