Lampedusa, altro che un popolo di razzisti Una catena umana per salvare i clandestini

Un barcone proveniente dalla Libia si è
schiantato contro gli scogli. Molti degli occupanti si sono lanciati in
mare: tutti salvi. Soccorritori e volontari non hanno esitato a gettarsi in acqua per
portare a riva i clandestini. E la gara di solidarietà ha evitato la
tragedia

Lampedusa non è più una frontiera. Non rimbalza. Non chiude le porte. Lampedusa ti abbraccia e ti porta a riva. Ti salva. Adesso lo sguardo su questo pezzo di mare ha un colore diverso. Lì c’è l’Africa, qui l’Europa, in mezzo una storia. Questa. La storia di chi più di Obama merita un Nobel di pace, perché l’Italia non è un Paese di razzisti e lo ha dimostrato davanti a 528 naufraghi in balìa del mare.

È sabato notte e il barcone arriva ad un soffio dalla banchina, c’è un vento che soffia troppo forte, i marinai troppo poco esperti, il timone che si rompe, la furia delle onde, la barca che sbatte sugli scogli, i pianti dei bambini, le preghiere delle donne, il panico, la gente che si butta a mare, i soccorritori che li seguono. Sono da poco passate le 4 di mattina, la riva è a dieci metri, ma il barcone si incaglia tra gli scogli. Si tuffa per primo un uomo del Nucleo sommozzatori della Guardia Costiera. Sa che i salvagenti non bastano; è gente che non sa nuotare, ci sono bambini piccolissimi aggrappati alle mamme, c’è anche un uomo con la cravatta che annaspa, che chiede aiuto.

La catena umana inizia così, con quattro sommozzatori che recuperano, restituiscono, tornano a cercare, senza sosta, senza perdere un attimo. «Uno scenario apocalittico, c’erano persone ovunque, bambini che gridavano, persone prese dal panico», racconta Giuseppe Marotta di 30 anni, uno dei sommozzatori. «Ad un certo punto gli uomini rimasti sul barcone hanno iniziato a lanciarci i bambini per tentare di salvarli. Alcuni erano di pochi mesi», dice commosso Marotta. Dal barcone continuano a tuffarsi, è il caos, è buio e si sentono solo grida. «Mi sono subito buttato con la muta da sub e ho dato una mano per trasferire i profughi sulla terraferma», dice. Sono tanti, sembrano non finire mai. Le operazioni di soccorso vanno avanti per ore. Le persone a riva si lanciano in acqua, ormai sono decine le braccia che si fanno avanti, che prendono questi corpi inzuppati e sconvolti. Sono i poliziotti, i finanzieri, i volontari, la gente dell’isola che arriva attirata dalle grida, giornalisti. Sono tutti pronti a sfidare le onde, a farsi avanti. È coraggio e umanità insieme è l’orgoglio e la commozione degli uomini che si asciugano le lacrime e dicono: «Li abbiamo salvati tutti». Si va avanti così, senza pausa, di braccia in braccia.

Passa un uomo con i capelli bianchi e una pettorina fradicia. In braccio ha un bambino piccolissimo, di neppure un anno che sgrana gli occhi e non piange. «Questo - dice - è il giorno più bello della mia vita. Questi occhi che mi guardano pieni di gratitudine me li ricorderò per sempre». «Erano tutti terrorizzati», racconta un altro sommozzatore, il sottocapo Birra, «ma bastava una parola, un abbraccio, per farli sentire al sicuro». Il maggiore Fabrizio Posanelli della Guardia di Finanza è ancora emozionato: «Quando abbiamo fatto la conta e abbiamo visto che non mancava nessuno, c’è stata un’ovazione. Ammetto che è stato davvero emozionante. C’erano tante donne e bambini, e per chi ha figli penso sia stata una scena da ricordare per sempre. Non posso nemmeno descrivere la gioia che abbiamo provato».

Sono queste le frasi, le immagini che più di ogni altra cosa scagionano l’Italia dall’accusa di razzismo che in questi anni si è sentita cucire addosso. Come una condanna già scritta, come una colpa non commessa di cui vergognarsi. L’Unione Europea che ci punta il dito contro, anche se poi risponde comunque «no» agli aiuti che il governo chiede. Angela Merkel che indispettita rinfaccia quei profughi che la Germania aveva accolto senza fiatare. Anche la fondazione per i diritti dell’uomo Pro Asyl ci criticava: «I profughi che arrivano via mare devono essere accolti in maniera dignitosa». E non si era fatto attendere l’attacco da parte dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, Navanethem Pillay, davanti alla politica dei respingimenti. Oggi l’Italia ha invece dato una grande lezione.

«L’Italia sta dando prova di solidarietà e spirito di accoglienza; tocca all’Europa fare la sua parte perché la Libia si dia un governo consapevole delle sue responsabilità», ha detto ieri Napolitano. Un merito che ha riconosciuto anche Laura Boldrini, portavoce dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati: «Grazie a chi ha rischiato la propria vita per salvare i naufraghi caduti in acqua». Poteva essere una tragedia. È stata una festa