Lampo di Beckham nel buio dell’Inghilterra

Carlos Tenorio in avvio si è trovato sul piede il pallone dell’1-0, ma il suo tiro è finito sulla traversa

Tony Damascelli

Alle cinque e un quarto, ora di Londra, David Beckham ha appoggiato il pallone sul prato dello stadio di Stoccarda. Victoria, moglie sua in tribuna in mezzo alle altre niente affatto desperates wives, teneva le mani unite vicine alla bocca, aspettando che il marito calciasse quella benedetta punizione: «Datemi il pallone e saprò io che fare», aveva detto David ai giornalisti sabato pomeriggio e i titoli dei tabloid non portavano altro che quello slogan: «Give me the ball and I’ll do the job».
Detto e fatto: minuto quindici del secondo tempo, punizione, rincorsa classica, tre passi, curva appena accennata, postura del corpo accentuata all’indietro nel momento del calcio, destro interno, traiettoria a girare i quattro ecuadoregni in barriera, Mora, il portiere con la faccia dipinta come un giocatore di football americano, stava dalla parte opposta, ha provato a recuperare metri e vita, si è coricato, disteso, allungandosi come tiramolla, appena toccando il pallone che pirlando lo beffava tra palo e mano. Victoria ha alzato le mani al cielo ed è tornata a ballare come ai tempi delle Spice Girls, Beckham ha aperto la sua bocca in un grido di liberazione. Aveva infatti liberato l’Inghilterra dalla paura, dopo un’ora di noia immensa mentre l’Ecuador, come una tartaruga si portava avanti ma senza mettere mai paura, a parte quell’episodio incredibile in avvio. Dopo 11 minuti, infatti, Carlos Tenorio si era ritrovato sul piede il pallone della storia, grazie a una gaffe di Terry. Ma, lombrico tra le tartarughe, Tenorio ha ritardato il sinistro e Ashley Cole è arrivato in apnea a correggergli il tiro che, dopo il rimpallo, ha colpito la traversa ed è finito altrove, non in porta. Dio, ogni tanto, non salva soltanto la Regina. Stop per l’Ecuador. Ma poche notizie per i sedicenti leoni.
L’Inghilterra, dunque, ha dovuto aspettare sessanta minuti, trascinandosi nel non gioco, per colpa delle scelte di Eriksson che ha voluto schierare un solo attaccante, l’attivissimo Rooney, lasciandolo completamente al destino e alla griglia avversaria, con Hurtado ed Espinoza eccellenti, mentre il resto della comitiva faceva tran tran, per linee orizzontali, lentissimo in Gerrard e Lampard, lineare, ma soltanto nel primo tempo, in Carrick e in affanno eccessivo nella coppa centrale di difesa, Terry-Ferdinand di fronte al movimento, lento ma velenoso, di Delgado e Tenorio.
Il tulle dal quale è stata avvolta l’Inghilterra ha mascherato le sue potenzialità effettive. Alla squadra manca comunque un fantasista, un elemento che sulla tre quarti sappia inventare il gioco, abbia accelerazioni improvvise, possa e sappia decidere schema e ritmo. Non fa parte del repertorio britannico (ultimo esempio illustre Glen Hoddle) e la squadra, dunque, deve puntare sul lavoro da minatore dei centrocampisti o attendere un colpo di teatro o di Joe Cole, come era accaduto contro la Svezia, o di David Beckham come si è verificato contro l’Ecuador. Quello che è accaduto dopo, nella mezz’ora finale, non ha fornito sussulti, a parte una conclusione di Valencia, respinta da Robison e il turn over concesso da Eriksson che ha dovuto sostituire proprio l’eroe della giornata, Beckham, che già alla vigilia accusava problemi muscolari, accentuati durante la partita. Eriksson deve incominciare a preoccuparsi dell’avversaria dei quarti di finale e pensare a soluzioni tattiche diverse da quelle scelte ieri. Rooney sta bene, lotta su qualunque pallone e non è mai egoista ma ha bisogno di un partner di reparto. Così come la difesa ha la necessità di recuperare Neville al posto di Hargreaves, in difficoltà in un ruolo non suo.
Finora la nazionale inglese non ha convinto, non ha mai giocato un football veloce e aggressivo, anzi ha dato segnali di lentezza che hanno favorito l’avversario di turno. Una cosa però è certa: i Beckham stanno festeggiando.