Lampo Bolt ipnotizza il mondo: oro e record

Il giamaicano è il più veloce della storia. E Usain oggi festeggia 22 anni: &quot;Vincere i 200 è sempre stato il mio sogno. Ora sono il numero uno: però, come vado forte...&quot;. Michael Johnson: &quot;E' Superman 2&quot;. <strong><a href="/sondaggio_1a.pic1?PID=66" target="_blank">CHI IL VERO EROE DI PECHINO: BOLT O PHELPS? VOTA</a></strong>

Pechino - Diciannove secondi di meravigliosa ipnosi. Novantamila persone dentro uno stadio che attendeva magie, correvano con lui, sospiro trattenuto, qualcuno a urlare: non fermarti! Non fermarti! Non fare il matto! «Ho scosso la mente del mondo». Ce l’ha detto subito. Subito dopo. Maledetto, lo sapevi! Usain Bolt si è impossessato della nuvola degli immortali. Quella corsa è stato il rombare di una fuoriserie, le braccia sembravano stantuffi, il corpo perfettamente equilibrato anche sulla curva, nonostante gambe lunghe che avrebbero dovuto spararlo fuori. Invece si è sparato come una palla di cannone sul rettilineo. La sua corsa diceva: prendimi se ci riesci! Gli altri vedevano la schiena, la Tv mostrava la faccia.

Quel ragazzone solitamente sorridente era nascosto dietro la maschera che finalmente esprimeva sofferenza, tensione, aggressività. «Mi sentivo come uno che sta nuotando nell’oceano e dice a se stesso: non morire, non morire». Non poteva morire quel tipo lì. Non poteva morire il sogno suo e quello di chi lo stava amando in quel momento: il mondo era la sua casa, lo stadio il tappeto volante. E quando il tabellone luminoso ha stampato il tempo, 19”31, poi corretto in 19”30, lo stupore è diventato felicità. Felicità di tutti: Bolt, la gente, i suoi avversari che gli sono saltati addosso, lo hanno baciato, volevano prenderlo in spalla. Ha lasciato il secondo (Shawn Crawford) a sette metri di distanza, correndo a 37,305 all’ora di media, ha rifilato il distacco più alto di tutta la storia, è diventato l’unico uomo a frantumare nella stessa Olimpiade i record di 100 e 200 metri, facendo doppietta, il quinto a battere il primato in una finale, eppure lo amavano. Si è fatto amare come un eroe da film.

Eppure non si vince così, se dentro non hai cattiveria. «Era cattivo, cattivo», ripeteva come in un ritornello Shawn Crawford che gli ballava intorno. «È cattivo, è mamma jamma come dice Michael Jackson».

Ma ha solo 22 anni, li compie oggi. Sarà un marziano? «No, è Superman 2». Lo dice Michael Johnson, lo sconfitto. Sì, perché Bolt non correva contro Crawford e Dix, Dzingai e Malcom, contro l’antillese Martina che gli era arrivato alle spalle, ma è stato squalificato. Usain aveva il target nella testa. Michael e quel 19”32 che ad Atlanta ’96 pareva il limite dell’invalicabile. «No, Michael. Io sono Lighting Bolt, Bolt il lampo. E ora sono io il numero uno». Risposta che lascia MJ a cinque metri di distanza, tanti quanti ne corrono tra il tempo suo e quello dell’altro. Tenendo conto che Bolt, con la sua stazza, aveva anche 0”9 di vento contrario. Ma è tanto diverso anche il loro modo di correre. Come se i record appartenessero a due mondi diversi, due epoche, due emisferi differenti: stilista e stilizzato MJ, debordante e inafferrabile Bolt.
Ora dire Bolt è davvero come dire Superman. Non c’è Phelps che tenga. Dire Bolt è ripensare alla sua danza a piedi scalzi sulla pista che ha battezzato un fenomeno: le gambe si lasciavano andare in un fremito. Parevano dei fuscelli e non i due siluri che l’hanno portato ai record. «Quella è una danza che si fa in Giamaica, dedicata al mondo». E il mondo gli ha risposto: «Happy Birthday, Usain», ha intonato l’altoparlante del Nido d’Uccello, venendo meno alla cerimonialità togata di una Olimpiade. Trasformando un record in un happening.

Là, in Giamaica, la gente era già nelle strade. «Me lo ha telefonato il primo ministro, mi ha detto che ho scritto la storia, che questa vittoria ha un grande significato per il Paese». Le parole di Bolt sono un rap, stende i pugni, si mette in guardia davanti alla tv. Ora è un pugile, non più un velocista. Cerca l’anima di Alì. Sente il fremito della musica. Apre il cuore. «Vincere i 200 metri era il mio grande sogno, da quando avevo 15 anni. Ho dato tutto. Mi sono detto: questa pista è veloce, puoi farcela. Mi sono rivisto sul tabellone. Ho esclamato: bella! Però, va forte quel ragazzo». Si chiama Bolt, Usain Bolt. Lo sa bene. Voleva vincere. Invece ha stravinto. Steso il mondo. Un lampo di meraviglie nel cielo nero di Pechino. Speriamo sia tutto vero.