Lampone o liquirizia? Il rebus dei barman per ricreare la magia

Stefano Cattaneo da Cantù vince la gara per il miglior «twist». Con un tocco fruttato

Alberto Milan

nostro inviato a Firenze

L'unica spiegazione per cui le tre Muse non scendono dalla parete sopra il boccascena per farsi un Negroni è che devono essere a dieta. D'altronde, insieme ai putti déco che ornano la sala deliziosamente anni '20 del Cinema Teatro Odeon, sono le uniche figure antropomorfe senza un bicchiere in mano. Perché la sesta edizione della «Campari competition» tenutasi a Firenze martedì, prima ancora di una gara di abilità fra bartender, è una collettiva professione di fede nel patrono dei drink: san Negroni, appunto.

Che non sia solo uno degli innumerevoli contest che le aziende si sono inventate come veicolo principe per formare un fidato manipolo di baristi, è chiaro fin dal tardo pomeriggio, quando il rosso «Red passion» della casa sostituisce il cremisi del tramonto. Quest'anno la gara ha eccezionalmente traslocato in riva all'Arno da Sesto San Giovanni per omaggiare un mito come il Conte Camillo. Dunque clima da gran finale, passerelle di velluto, fari da première degni di una capitale della mixology, certo. Ma anche una frizzantezza generale da festa mobile alla Hemingway, con Piazza Strozzi epicentro di un'epidemia contagiosa di febbre da cocktail.

Chi non si lascia contagiare - peccato per lui - si perde la poesia coinvolgente della tribù del Negroni, ma si gode comunque uno show. Dei 1.550 partecipanti alla competizione, selezionati in base alla ricetta inviata e poi scremati in una serie di eliminatorie, in nove (tutti uomini) sono giunti alla semifinale pomeridiana. Di questi, i primi tre sono ora sul palco, pronti all'impresa di reinterpretare un cocktail-icona senza stravolgerlo e senza incrinarne l'equilibrio. Il tutto proprio sotto la citazione medicea a lettere d'oro: «Quant'è bella giovinezza che si fugge tutta via/Chi vuol esser lieto sia del doman non v'è certezza». Così, per aumentare la tensione.

E mentre ovunque si incappa in banconi e banchetti da cui sgorgano gin, vermut e bitter Campari come in una terra promessa vietata ai minori, ecco presentati dal bartender milanese del Rita & Cocktails Edoardo Nono e dall'attrice Giulia Elettra Gorietti i tre concorrenti: il comasco 21enne Stefano Cattaneo, che lavora a Bratislava ma è stato chiamato a dirigere un locale a Londra; il veronese Michael Tommasi del Soda Jerk e Alessandro Fanfani del Bulgari di Milano. Le regole del triello sono semplici: ognuno ha un minuto per servire un Negroni a regola d'arte alle due giurie (tecnica e della comunicazione), più altri sei minuti per improvvisare un twist su richiesta di un giudice.

Ora, sarà che la severità è inversamente proporzionale al tasso alcolico, ma il limite del cronometro nessuno lo rispetta. Nemmeno un'istituzione come Salvatore The Maestro Calabrese, storico barman del Duke's di Londra, fa il fiscale. E dunque se il tempo non è tiranno, tiranna è la bravura. In questo la spunta il biondino Cattaneo, che sceglie di servire un Negroni classico con dosi da 25 ml invece delle tradizionali da 30 ml, e soprattutto stupisce tutti con il suo «Non più di 20», una rivisitazione fruttata con cordial Campari al lampone e il liquore Persichetto alle foglie di pesco, servito in una coppetta. Secondo si piazza Michael Tommasi, che riverisce Firenze con il «Fiorino», che unisce un tocco di liquirizia a un curioso topping di asparago e cantucci. Chiude Fanfani col suo esotico «Ritorno del conte» che punta sulle fave di Tonka. Triplo fischio finale, la partita si chiude e non serve neanche il Var: tutti promossi e il Conte Camillo non ha di che rivoltarsi nella tomba.

Così, mentre il vincitore pregusta l'anno con la Campari Academy, il master di specializzazione e il ruolo di ambasciatore Campari, al pubblico non resta che finire di provare le 4 varianti del drink servite. Ma una volta assaggiate tutte (perfino quella col mezcal), fra chi scende le scale imporporate e si disperde in una Firenze finalmente vuota, la sincerità si fa strada. E nei discorsi di tanti si sente mormorare la verità più cara al Conte: «Comunque alla fine il classico era il migliore».