L'analisi linguistica delle rime: uno stile goliardico che nasconde ironia e rancori

Il portavoce, a un certo punto, volente o nolente perse la voce. Questo lo sappiamo tutti. E, in fondo, anche a lui non dev’essere molto dispiaciuto, stando a quanto ci dice con queste poesie, nelle quali un’altra voce, più autenticamente, intimamente sua, motteggia e riflette, ride e ragiona, profetizza persino. Perché, ora lo apprendiamo con sorpresa e una certa sottile partecipazione, Silvio Sircana, l’ombra silente e parlante del fu presidente del Consiglio Romano Prodi, ha coltivato, come un intimo hobby che fiorisce nei tempi morti della noia istituzionale, anche l’attività di «portarima». Di se stesso, però.

Al diavolo il Professore e i suoi malassortiti (e infidi) sodali, al diavolo la maggioranza traballante, l’opposizione incalzante, i giornalisti pettegoli, l’opinione pubblica addormentata, i consigli dei ministri inutili, gli sconsigli dottorali dei cattivi maestri... Una penna, un foglietto e via, verso la Libertà, ma a distanza di sicurezza dal Polo. I tremori a mezza voce dell’alato e vagamente gozzaniano Sandro Bondi sono lontani anni luce. Qui, niente tenerume e sospiri: prevale il tono da facezia, goliardico, nazionalpopolare, nel quale le punte di astio sono appena lenite da gocce d’ironia, e la cronaca politica, rinfrescata da salutari sberleffi satirici, pare addirittura tornare a essere... una cosa seria.

Prendiamo a esempio l’esordio di questa mini-raccolta, il Salmo della XV legislatura, datato maggio 2006. L’Officiante dà le notizie mentre il Coro, sarcastico, le chiosa in un crescendo che giunge fino alla scontata e vaticinante rima «senatori», «traditori», passando per «Mastella», al quale si augura che si «spenga la favella» (ma così non sarà), e per i «sottosegretari», di fronte ai quali conviene invocare gli «altari».

Un anno di pausa e passiamo al 30 maggio 2007: Prima riunione del Pd. «Prodi», fedele alla linea, «ci addormenta», «Rutelli», che sente aria di bruciato, è comprensibilmente «un po’ incazzato», «Fassino» gli fa eco, come al solito, «stralunato». E «Follini»? Come potrebbe non pensare «al suo Casini»? Infine, le mezze figure «Barbi, Soro e Migliavacca» offrono il destro, al novello Villon ulivista, per tirare il filo, anzi la corda, dell’esplosione finale: «Ma!... Così finisce in cacca». E buon pro ci faccia.

Il 1º giugno, Riunione dell’unione. Atmosfera che vorrebbe essere industriosa, ma che subito degenera fra «lazzi» e «schiamazzi». Sintomatica la riflessione ad alta voce di un anonimo capoccia: «Viene Bush cui sono ostile /Lo dirò... però con stile». La riunione dei capigruppo di maggioranza del 13 giugno 2007 sta per chiudersi senza storia. Ma ecco il colpo di coda: «Prodi chiede “chi ha la mappa”? /Ma si vede uno che scappa/ E lontano ormai galoppa. / È Tommaso Padoa Schioppa».

Pochi giorni dopo, i notabili del Pd si concedono una gita in barca sul Po. Il governo sta morendo, la sua agonia sarà lenta. Momento politico e location indurrebbero a toni crepuscolari o elegiaci. Invece no. L’aspirante Giovenale torinese gioca a rimpiattino con la rima, prima annunciandola, poi negandola, sfociando nel fiume «Isonzo» che ha fra gli altri il pregio di finire in «-onzo»...

Più scontate la requisitoria in «-ente » rivolta a Clemente datata gennaio 2008 e la composizione Loft senza data, infarcita di parole straniere, che denota il disinganno per una classe politica sempre più «trendy» e «soft».

Invece merita più attenzione L’uomo si sa. Dove, nello schema ABAB, «la memoria corta» condanna senza scampo «la persona morta». E l’ultima rivolta, vero slancio che forse non è fuori luogo definire poetico, si concentra in quel «per scordarmi da vivo». Una resa, all’apparenza. O forse una «voce dal sen fuggita» che stringe nel pugno rabbioso una sterile battaglia di parole. Ufficialmente ammutolite, ma che, poeticamente, ritrovano la dignità smarrita.