Landis, da gregario a vice Armstrong mattatore zoppo di un Tour di serie B

La Grande Boucle celebra per l’ottavo anno consecutivo il successo di un americano. Ma il vincitore potrebbe anche smettere col ciclismo: lo attende un delicato intervento all’anca

Pier Augusto Stagi

Il suo vero obiettivo? Tornare a correre in bicicletta. Tornare al Tour. Per Floyd Landis, il terzo americano capace di vincere la Grande Boucle, questo è il prossimo obiettivo. Tornare a camminare con un’anca nuova, tornare ad accavallare la gamba destra su quella sinistra, tornare a pedalare come prima, se non meglio di prima. Ma non è così scontato. «Mi opererò tra un mese per un’osteonecrosi all’anca, e mi dovranno impiantare una protesi alla testa del femore. Non posso più farne a meno, i dolori (al Tour ha fatto uso di corticosteroidi e antifiammatori a base di cortisone, che sono doping senza una specifica richiesta medica, ndr), in certi momenti, sono davvero insopportabili. Questo potrebbe essere il mio ultimo Tour de France, ma farò di tutto per essere ancora qui tra un anno. Alla partenza di Londra voglio esserci anch’io». Quindi, il prossimo passo, la prossima pedalata sarà a San Diego, nella clinica del professor Brant Kay, specialista in protesi ossee. Dovranno sostituirgli il collo del femore destro, che sta andando in necrosi, perché mai guarito del tutto dopo un brutto incidente in allenamento. «È la prima volta che un ciclista si sottopone a un intervento del genere – spiega l’americano originario della Pennsylvania -. Il professor Kay l’ha eseguito a un giocatore di football americano e ha recuperato totalmente la funzionalità dell’arto, ma non ce l’ha fatta a tornare a giocare. Un conto però è pedalare, un altro prendere botte come nel football».
Il punto di domanda sul ritorno alle competizioni del vincitore del Tour è però bello grosso. Il ciclismo, il Tour, che celebra per l’ottavo anno consecutivo un americano a Parigi, passa da un operato di cancro a uno da operare. Da un atleta che, dopo aver visto la morte negli occhi, è rinato costruendo sulle strade del Tour la propria leggenda. Landis, che nasce in pratica con questo Tour, spera dopo l’operazione all’anca di tornare a fare ciò che più ama: pedalare in sella alla sua bicicletta da corsa, a dispetto dei suoi genitori, che l’hanno osteggiato in tutto e per tutto, perché consideravano quell’oggetto d’acciaio una diavoleria. A casa Landis l’austerità era una regola di vita. Niente radio, niente tv, niente luce elettrica, niente telefono o automobili. Negati anche i divertimenti a lui, al fratello e alle quattro sorelle. Anche un paio di calzoncini da ginnastica erano considerati impropri, per non dire peccaminosi. I suoi genitori sono di religione mennonita, setta anabattista fondata nel 1536 dal pastore olandese Menno Simons. Un milione e 200 mila seguaci nel mondo, 600 in Italia. Oppositori della gerarchia ecclesiastica e del principio dell’incarnazione eucaristica, oltre che del battesimo, sono contro il servizio militare, le armi, la magistratura civile. Floyd si ribella, e a quindici anni, pur di cavalcare la sua mountain-bike, decide di correre di nascosto dai suoi genitori. Come? Pedalando come un matto a notte fonda con una pila sul caschetto. Decide anche di prendere parte alle prime corse, sempre di nascosto, finché, diciottenne, decide di compiere la fuga più importante di sempre, più importante anche di quella di qualche giorno fa sulle strade verso Morzine: va in California, a San Diego, dove conosce la sua futura moglie. Amber, origine messicana, madre di una bimba (Ryan, 10 anni) avuta da una precedente relazione. Con loro rinasce, con loro finalmente può fare ciò che più desidera: diventa corridore professionista. «Sono passionale e ribelle, amo le sfide, anche le più difficili – dice Floyd, che è stato ribattezzato DisneyLandis, per quella faccia da fumetto -. I miei genitori mi hanno insegnato la perseveranza, che in questo Tour è stata la chiave del mio successo. Questa corsa la sognavo, poi nella seconda tappa alpina ho perso tutto, pagando all’arrivo più di dieci minuti. Ero finito, sfinito, vinto. Non avevo il coraggio di guardare negli occhi i miei compagni di squadra. Poi ho parlato con Eddy Merckx, amico e confidente, e ho capito. Al diavolo la razionalità: via a testa bassa. Il giorno seguente, sulle strade che conducevano a Morzine ho compiuto un’impresa grandissima: in pratica è lì che ho vinto il mio Tour». È Landis il dopo Armstrong, dopo essere stato per tre anni fedele compagno di squadra del texano. «Nessuno come Lance è professionista, nessuno come lui è un leader: che testa. Dura come il marmo». Ieri, sui Campi Elisi c’era Amber, la moglie. Non c’erano papà Paul e mamma Arlene, che un anno fa, per la prima volta presero un aereo, ma questa volta hanno preferito seguirlo in televisione. Adesso hanno la radio, la televisione, un trattore per lavorare la terra, il telefono e un figlio, che quindici anni fa scappò di casa per andare a vincere a Parigi il Tour de France.