Landis: "Come sono presuntuosi i critici"

Lo stravagante regista dei <em>Blues Brothers</em> e di <em>Animal House</em>, John Landis, torna sulla scena con la commedia nera <em>Burke&Hare</em>

Lo stravagante regista dei Blues Brothers e di Animal House, John Landis, torna sulla scena con la commedia nera Burke&Hare. Ladri di cadaveri, ieri fuori concorso, in anteprima mondiale, e subito rianima il Festival di Roma. È in forma, Landis (classe 1950), il regista più eclettico e demenziale che ha reinventato il videoclip (sua la regia del video di Michael Jackson Trhiller) e arricchito il patrimonio visionario dell’horror classico. Né lesina battute e sorrisi, mentre spiega l’eccentrica storia di due assassini del diciannovesimo pronti a imbastire un traffico di cadaveri, fornendoli alla facoltà di medicina dell’università di Edimburgo. Non senza accoppare, a tal scopo, ignari malcapitati. «Horror e commedia non vincono premi? I critici sono presuntuosi», dice sorseggiando champagne questo re del grottesco, che non ha perso la sua graffiante ironia, mentre i capelli s’ingrigivano. Ieri è stata la sua giornata: le interviste, il red carpet, l’incontro con il pubblico l’hanno galvanizzato per ore.

Come mai è stato fermo per oltre un decennio?
«Semplice: il mercato condiziona i registi. E siccome io, secondo l’etichetta corrente, devo per forza creare horror divertenti e forti al botteghino, sono stato a vedere se passava una sceneggiatura interessante dalle mie parti. Ho trovato attori di talento, come Simon Pegg e Tom Wilkinson, così ho allestito questa scatola di cioccolatini: un assortimento ricco, vario e delizioso».

Da Un lupo mannaro americano a Londra a Tutto in una notte i suoi film recano un’impronta inconfondibile. Ha una ricetta, per evidenziare il suo stampo?
«Cerco solo di fare il film migliore che posso. Anche se, lo confesso, coniugare esigenze di mercato e creatività ti porta al manicomio. Film di guerra, per esempio, non me ne offrono mai. Il fatto è che ho un punto di vista ben preciso, sebbene non tutti i miei film lo rispecchino. Stavolta, da americano, potevo tornare a lavorare in Inghilterra e questo m’ha ingolosito parecchio».

È stato difficile ricreare l’atmosfera di Edimburgo nel 1828?
«Per ricreare lo stile dell’epoca ho girato in parte in alcune strade di Edimburgo, durante uno dei più tremendi inverni inglesi: pioggia torrenziale, neve e nevischio, però, hanno conferito alla pellicola un certo grado di realismo. Volevo che il pubblico credesse nel mondo che avevamo creato».

Chi sono, veramente, Burke e Hare?

«Due mascalzoni, realmente esistiti nel periodo Regency, i quali hanno assassinato molte persone, per rifornire i medici di cadaveri su cui sperimentare. E che io ho trasformato in una specie di Stanlio e Ollio, però cattivi. Simon Pegg, volto emergente della scena inglese ed Andy Serkis, attore di razza, sono una coppia magnifica e dannatamente sinistra. Poi c’è quel lato alla Famiglia Addams, nel rapporto buffamente erotico tra William Hare e sua moglie, che mi ha riportato all’infanzia. Quando stravedevo per Morticia: lei diceva qualcosa in francese e Gomez impazziva!».

Il cinema italiano dei gloriosi tempi che non tornano, l’ha in qualche modo influenzata?
«Certamente. Conosco, per averli visti, tutti i film di Alberto Sordi e di Totò, oltre alle corrosive commedie di Monicelli». C.R.