LANDO BUZZANCA «Vorrei diventare un assassino oppure un santo»

«Non mi pento di niente, né delle scelte, né dei rifiuti. Ho smesso di girare film alla fine degli anni Settanta, perché il cinema italiano ormai faceva schifo»

da Roma
«Un killer, ecco quello che mi piacerebbe essere. Un assassino professionista». Stiamo parlando di «sogni nel cassetto» e il volto di Lando Buzzanca d’improvviso si è fatto serio, il tono della voce secco, un che di freddo nello sguardo. Sono qui da più di un’ora ed è come se avessi assistito a cento film, perché se Buzzanca ricorda Pietro Germi è Pietro Germi, se mi parla di Salvo Randone è Salvo Randone... Ne rifà i gesti, il timbro, ricrea la scena dell’incontro. «Io non recito» mi aveva detto all’inizio della chiacchierata, «io mi sovrappongo, divento quel personaggio lì». Così ora, questa del killer mi impressiona un po’. «In che senso le piacerebbe?» chiedo cauto. Buzzanca mi guarda fisso. «Come in che senso?». «Sì, voglio dire, professionalmente, o è un impulso che...». «Ieri sul treno ho incontrato Tatti Sanguineti, il critico cinematografico, lo conosce?» mi interrompe. «Di nome, ma che c’entra?». «C’entra. Quando gli ho parlato di questa intervista mi ha detto che lei era un giornalista molto intelligente». «Non bisogna credere a tutto quello che dice Tatti Sanguineti» faccio io. «Meno male, cominciavo a preoccuparmi».
La terrazza di casa Buzzanca è fresca, il caffè è buonissimo e il settantenne in jeans e sandali capresi che mi sta di fronte potrebbe essere tranquillamente un pimpante cinquantenne. Con l’età Buzzanca civetta un po’. «Guardi che io parlo, parlo, ma poi come tutti i vecchi mi dimentico da dove siamo partiti, quindi sta a lei bloccarmi. Il killer, per esempio...». «Ancora!». «No, chiarito ormai che mi piacerebbe solo interpretarlo, renderne la forma mentis, il non sapere la differenza fra il bene e il male, raccontarne il mestiere, come fosse un geometra, un arbitro... Ecco, quando feci L’arbitro, andai a trovare Concetto Lo Bello, se lo ricorda? “Io sono la giustizia” mi disse. Se lo immagina in casa uno così... Quando gli italiani indossano una divisa, è la fine. Ma perché le dico questo?». «Il killer». «Ah sì, il fatto è che io tanti anni fa un killer vero l’ho conosciuto, un siciliano, si chiamava Altieri, era appena uscito dal manicomio criminale, mi telefonava, voleva da me dei soldi. “Cinque milllioni mi dovete dare dottore Buzzanca” mi diceva. “Ma perché proprio io?”. “Perché vossia è siciliano come me...”. Per farla breve, una sera me lo ritovai fuori l’albergo, a Milano, era il ’74, c’era l’austerity, nei ristoranti si cenava con la saracinesca abbassata... Erano in tre, ma parlava solo lui. “Ceniamo” mi disse. “Ceniamo” dissi io e li portai al Santa Lucia. Sul tavolo mise la fotocopia di un assegno di “cinque milllioni”, c’era la firma di un famoso calciatore dell’epoca. “O cinque milllioni o un ginocchio rotto” mi spiegò con naturalezza. Aveva gli occhi lucidi, sgranati. Parlando scoprii che gli piaceva cantare. “Fatemi sentire” gli dissi. “Dottore Buzzanca, voi credete, qui, in pubblico...”. Nel ristorante c’eravamo solo noi e i camerieri. “Non è un ordine, è una preghiera”. E lui cantò, e cantò, e era stonatissimo, i classici napoletani, le canzoni di Modugno, uno strazio. “Voi avete una voce d’oro, dovete studiare musica, ma che cazzo perdete il vostro tempo, cinque milllioni qui, cinque milllioni là, è il canto il vostro futuro!”. Pagò il conto, dopo una di quelle lotte titaniche in cui noi siciliani siamo maestri: “No, tocca a me, vi ho portato io“, “Dottore Buzzanca, guardate che mi offendo, è un onore che mi fate”... Non l’ho più visto né sentito».
In attesa del killer, nel futuro di Lando Buzzanca c’è un principe, il nobile Giacomo de Uzeda dei Viceré, il romanzo di Federico De Roberto che il regista Roberto Faneza si appresta a ridurre per lo schermo. «Ho aspettato un’occasione del genere per anni, e finalmente è arrivata, l’incarnazione di ciò che fu l’ultima aristocrazia siciliana dell’Ottocento, potente e prepotente. De Uzeda è un personaggio shakespeariano, con delle caratteristiche psicologiche del tutto opposte alle mie e quindi ancora più affascinanti da rendere. È un uomo avido, questa avidità di denaro perché il denaro dà potere, gli permette di tenere schiava la famiglia e impedire le infiltrazioni borghesi. È un uomo superstizioso, una superstizione a livello popolare, ancestrale, sanguigna, che arriva sino a fargli considerare il suo stesso figlio, Consalvo, il figlio ribelle che lui ha diseredato, come il portatore stesso della malasorte. Così, malato di un tumore, si convince che è colpa di Consalvo, lo chiama al capezzale, lo minaccia, lo prega: “Tu sei la mia malattia, levamela e sarai di nuovo mio erede...”. Impressionante, no, le pagine di de Roberto in proposito sono bellissime. Infine, il mio Giacomo de Uzeda è un apologeta dell’odio. “È l’odio che fortifica - dice al bastardino Tancredi che lo assiste mentre si fa la barba - non l’amore. L’amore è per i deboli”. Poi, di fronte a quell’innocente, che lui tratta così come si trattano i cani di casa, si lascia andare, ricorda che la madre non l’ha mai abbracciato, che nessuno ha avuto mai per lui un gesto, un momento di affetto... Insomma, una figura straordinaria, una grandezza spregevole e al tempo stesso patetica... Faenza è un bravissimo regista, i costumi sono di Milena Canonero, pluripremio Oscar, la produttrrice è Elda Ferri, quella di Pinocchio e di La vita è bella, la sceneggiatura si basa su un romanzo che è un classico della letteratura italiana... di più non potevo chiedere».
Lando Buzzanca viene dall’Accademia d’arte drammatica, ha studiato con Sharoff, l’assistente di Stanislavskij, ha avuto per compagni di corso Bruno Cirino, Ugo Pagliai, Mariano Rigillo, ha esordito al cinema con Pietro Germi... «Lo so dove vuole arrivare, ma guardi io non mi pento di niente, né delle scelte fatte, né dei rifiuti, perché poi io ho smesso di fare film alla fine degli anni Settanta perché il cinema italiano faceva schifo... Ho smesso quando mi proposero Adamo e Eva, io ed Edwige Fenech con la foglia di fico per tutto il tempo. Non c’era altro, e l’unica battuta buona del copione era quando, cacciati dal Paradiso terrestre e vaganti sulla terra, vedevamo in lontananza una carovana avvicinarsi. Com’è possibile, se siamo gli unici sulla terra, ci chiedevamo. “Per la vostra religione” rispondeva il capocammelliere, un negrone col turbante... Lì ho capito che aveva ragione Vittorio De Sica: “Il teatro, l’arte, non ti abbandona mai”. Avevo guadagnato bene, potevo scegliere e così mi sono messo a fare Shakespeare, Plauto, Pirandello, Molière... Era una questione di dignità, lo so che uso una parola grossa, e che la dignità te la conferiscono gli altri, ma io sono siciliano, ci tengo ecco... Il mio problema è stata la sovrapposizione».
Questa della sovrapposizione, dopo un’ora mi è divenuto ormai un concetto chiarissimo. Si stava parlando di politica, Buzzanca mi raccontava di Gianfranco Fini a un convegno di Alleanza Nazionale, e io non vedevo più Buzzanca, ma Fini, ma non è che lo imitasse, o ne facesse la caricatura, era lui, semplicemente. «Ho fatto un film che si chiamava Homo eroticus, era talmente grottesco nel suo enunciato che il suo protagonista era come il Colleoni, ha presente?... Be’, per strada mi fermavano e mi dicevano: “Ah Lando, ma è vero che c’hai tre palle?”... Ora, mi guardi: ho gli occhi vicini, il nasone, i mascelloni, le sembro l’emblema del seduttore, del maschio latino? Eppure... Cominciò tutto con James Tont Operazione U.N.O., che era una parodia di 007, poi feci il Prete sposato con la regia di Marco Vicario, Il merlo maschio con Pasquale Festa Campanile, L’uccello migratore con Steno, tutti grandi uomini di cinema. Erano gli anni Settanta, c’era il femminismo, e queste pazze strappavano i manifesti dei miei film, dicevano che ero un reperto archeologico del maschilismo più estremo, ci credevano, capisce, non si rendevano conto che era una caricatura, una estremizzazione, che si picconava di più l’immagine classica del maschio in quelle pellicole che non nelle loro riunioni... Anche qui, la sovrapposizione, gliel’ho già detto».
Di quei registi, di quell’epoca, un po’ di nostalgia Buzzanca ce l’ha. «In famiglia eravamo in otto fratelli, sei maschi e due femmine, ogni mese mio padre lottava con l’affitto, si comprava tutto a cambiali... Dalla Sicilia arrivai a Roma per fare l’Accademia, finite le lezioni andavamo sempre a un bar di Porta Pia ad aspettare che qualcuno ci offrisse un hamburger... Studiavamo i classici russi, sognavo di essere Raskolnikov, avevo letto tutta la Recherche di Proust e mi ero innamorato del personaggio di Albertine fino a che qualcuno mi disse che era un uomo... Al cinema ho esordito nel’ 61, con Divorzio all’italiana, avevo venticinque anni, è grazie a Germi che ho cominciato a mangiare regolarmente, a pranzo e a cena. Era un uomo bellissimo, puro e onesto. Per La Parmigiana di Pietrangeli, il mio secondo film, presi il Nastro d’argento e dopo feci in teatro Sacco e Vanzetti con Gian Maria Volontè. Germi e Pietrangeli erano dei signori che si facevano dare il tu da un nessuno come me e che si preoccupavano se il film che avevo girato per loro mi fosse piaciuto o no... Il clima era quello, gli uomini erano quelli, un altro mondo, è difficile darne oggi un’idea. Nella Parmigiana recitavo con Salvo Randone, capisce, Randone, che non era un attore era il Monumento all’attore. Al Valle faceva l’Otello con Gassman, a ruoli alternati, una sera lui era Jago, la sera dopo lo faceva Vittorio. È da Randone che ho imparato che a teatro non si recita, si parla. Il suo Otello era l’uomo nero che ha il complesso di essere nero di fronte a quella creatura dorata che è Desdemona... Dopo una recita andai in camerino: “Fatti baciare le mani” gli dicevo mettendomi in ginocchio e cercando di abbracciarlo. E lui: “Non cominciamo Buzzanca, non cominciamo...” e si allontanava, con me dietro ginocchioni...».
Nella vita Buzzanca non ha rimpianti. «Sono stato fortunato e poi, per carattere, non ho mai invidiato o odiato nessuno. Da ragazzino, l’idea che qualcuno perdesse mi faceva soffrire. Se giocavo a pallone speravo sempre che la squadra avversaria pareggiasse, non mi piaceva l’umiliazione degli sconfitti, non mi è mai piaciuta la volgarità che si accompagna alla vittoria. Sapevo di valere qualcosa e questo mi ha dato tranquillità. Non mi sono mai buttato a fare i soldi e dietro ai soldi, un fatto di educazione, probabilmente. E poi ho avuto la costanza di saper dire dei no, di fermarmi, di aspettare».
Nel suo futuro prossimo, oltre a I Viceré c’è una serie televisiva in sei puntate, Il commissario Vivaldi, la ripresa in pratica di quello sceneggiato che tante polemiche suscitò perché metteva un genitore di fronte all’omosessualità del figlio, Mio figlio, appunto, era il titolo, e un ritorno in teatro con il Pirandello di Non si sa come: «Un Pirandello grottesco, fruibile, comprensibile, poesia pura, non quello in cui sembrano tutti morti, tutti ectoplasmi, fantasmi». Sulla porta, prima di salutarmi, Buzzanca si ferma. «c’è una cosa che mi sono dimenticato di dirle e che mi è venuta in mente solo ora, sa l’età fa questi scherzi». «La ascolto». «Ecco, mi piacerebbe essere un santo». «In che senso?». «Come in che senso?». «Ah no, non ricominciamo».