Landolfi e una «scimia» dissacrante

Emma Dante offre un’originale lettura del racconto «Le due zittelle»

Un teatro di silenzi e di urla improvvise. Di gesti danzanti e di immagini trattenute nel tempo. Un teatro del corpo e della parola: diretti, semplici, impetuosi, a volte persino violenti. Emma Dante è una autrice-regista che si è fatta apprezzare negli ultimi anni soprattutto per la personale attitudine a un linguaggio espressivo radicato nel profondo Sud, nei sapori e negli odori di una Sicilia quasi rituale e archetipica. A questa Sicilia sospesa tra mitologia e disagio guardavano lavori come mPalermu, Carnezzeria, Medea: i primi due scritti da lei stessa (complici la creatività e la libertà d’improvvisazione degli attori impegnati in scena); il secondo rielaborato a partire dall’omonima tragedia di Euripide. Adesso è la volta di un’operazione indubbiamente diversa che avvicina questa teatrante decisa e poco omologata ad un grande scrittore come Tommaso Landolfi, mettendo insieme la visionarietà assolutamente teatrale dell’una con la lingua straordinariamente surreale, colta, sarcastica dell’altro.
Risultato: uno spettacolo intitolato La scimia e ispirato al romanzo breve Le due zittelle che (su rielaborazione drammaturgica di Elena Stancanelli) sa imporsi come un titolo di forte richiamo nell’attuale panorama della scena capitolina proprio per l’originalità che lo contraddistingue. Qui non troviamo più, infatti, il dialetto palermitano; non troviamo più espliciti riferimenti alla Sicilia (anche se in fondo la Sicilia non è esclusa dall’immaginario evocato nella pièce); non troviamo più l’esibizione di un corpo scenico «apparentemente» disordinato e libero. Nella geometria della parola di Landolfi, la Dante scopre la forza di una comunicazione universale che usa l’ironia per graffiare e porre domande. A partire proprio dalla trama, incentrata sulla vicenda di due anziane «zittelle» del Nord, Lilla e Nena, e della «scimia» che, regalo di viaggio del fratello, vive con loro. Le due donnine la curano e la accudiscono come meglio possono, ma «la scimia» scappa spesso e si intrufola in una chiesa vicina per imitare, alquanto goffamente, un prete che dice messa. Agli occhi delle due religiosissime padrone si tratta di un affronto troppo blasfemo, sufficiente a giustificare l’uccisione stessa della bestia.
Ma non è tanto la reazione delle due pie donne che la regista intende raccontare qui, quanto la possibilità che proprio da quella messa «scimmiottata» scaturisca una disquisizione teologica di alto profilo. Non è un caso, d’altronde, che le voci-personaggio principali di questo allestimento siano rappresentate da due preti in netto contrasto tra loro: lo sguardo della Dante si posa insomma sullo scontro dialogico, sul ragionamento religioso. L’immagine della «scimia» che dice messa (con tutta la sua carica sovversiva), il senso di muffa che la devozione delle «zittelle» suscita, ma soprattutto il dubbio che quell’animale incarni un umile Cristo sceso dalla croce sono tutti stimoli per porre quesiti relativi al libero arbitrio, alla forza dissacrante di una bestia che rovescia i canoni, storpia il sacro, svelando il bisogno di verità e purezza proprio di tutti gli uomini. Tanto più che in questo lavoro (debuttato alla Biennale di Venezia del 2004 e in cartellone da questa sera al Vascello) la parola assume il sopravvento sul corpo. Il dire diventa necessità di dire e, più ironicamente, di sorridere. Forse, per meglio capire. Il cast è composto da Gaetano Bruno, Sabino Civilleri, Marco Fubini, Manuela Lo Sicco e Valentina Picello. Repliche fino al 22 gennaio. Informazioni allo 06/5881021.