L'Angelo di Bergomi porta in cielo Caterina

Una terracotta dello scultore bresciano custodisce la cappella della famiglia Sgarbi-Cavallini

Già vola. Siamo in una timida e semplice cappella nel cimitero di Stienta, tra Ferrara e Rovigo. Qui è sepolta mia madre. Sta in alto, nel piccolo spazio della cappella e, a vigilare il suo sonno, vi è ora un angelo con lo sguardo profondo e turbato, che guarda lontano, oltre noi che siamo qua per il rito, più consueto nelle sepolture antiche, di salutarne l'arrivo e la sosta.

L'angelo ha le gambe nude e incrociate, e le grandi ali basse. Sopra di lui c'è un cielo nuvoloso. Oltre le nuvole egli si mostra pronto ad accompagnare mia madre, su in cielo. Davanti al sepolcro siamo adesso, con mio padre, mia sorella e io, i sopravvissuti, e il gruppo di persone che assistono e ascoltano le preghiere del prete e le nostre parole. È l'angelo custode? Il compagno di quelli che arrivarono al sepolcro di Gesù, per attestare e comunicare che non c'era più, che se ne era andato, che era tornato in cielo.

Questa volta l'angelo è stato plasmato nella terra cruda da Giuseppe Bergomi, noto ai nostri lettori fedeli perché, solo qualche domenica fa, è stato illustrato in questa pagina con le immagini domestiche dei suoi affetti familiari, in particolare la moglie Alma, di cui egli trasferisce l'anima nelle innumerevoli terrecotte a lei ispirate, da circa trentacinque anni. Si è dunque esercitato per questo angelo femminile, che non richiama i volti di mia madre o di mia sorella, ma quello di una ragazza dai capelli lunghi e lisci, alta e agile come una atleta, e forse più perplessa che malinconica, nel dover dar riscontro di una morte impossibile. Come ogni morte, forse, che ci chiede di interrompere consuetudini e affetti, proprio come ci dice Alba Donati nei versi dedicati a mia madre, pubblicati in questa pagina.

Bergomi ha inseguito il suo angelo, e ne ha visto le fattezze in una angelica figura che ha scelto per trasferirla qui, nelle nebbie padane, poco lontano dal Po, in un'area, invero, più attica che lombarda. D'altra parte lui sa che il mito antico può arrivare fin qui, perché non molto lontano, a Crespino, in una avventura di volo, cadde nel fiume l'ardito Fetonte, figlio di Apollo. Secondo la leggenda Fetonte, per dimostrare la sua discendenza divina, pregò il padre di lasciargli guidare il carro del Sole, ma, per la sua inesperienza, ne perse il controllo: i cavalli si imbizzarrirono e corsero all'impazzata per la volta celeste: prima salirono troppo in alto, bruciando un tratto del cielo che si segnò della Via Lattea; quindi scesero troppo vicino alla Terra, devastando la Libia, che divenne un deserto (e non dimentichiamo che, come per riscatto, il governatore della Tripolitania, il ferrarese Italo Balbo, trasvolò l'Atlantico). Gli uomini chiesero aiuto a Zeus che intervenne e, adirato, scagliò un fulmine contro Fetonte, che cadde alle foci del fiume Eridano, forse nell'odierna Crespino o nelle terre di Alfonsine (poco lontano da dove è nata mia madre, a Santa Maria di Codifiume). Le sorelle di Fetonte, le Eliadi, afflitte e spaventate, piansero copiose lacrime e vennero tramutate dagli dei in pioppi biancheggianti. Le loro lacrime si fecero ambra.

L'angelo di Bergomi sta, come loro, ben fermo sulla terra. Soltanto nell'arte funeraria ritornano gli angeli, e nel Novecento si sono fatti sempre più rari. La morte è rimossa, esorcizzata, e i committenti coltivano sconfortati pensieri atei. Mia sorella ha rievocato la tradizione, ha chiamato lo scultore, così come aveva fatto con Gerolamo Ciulla, Filippo Dobrilla e Giuliano Giuliani. È la naturale continuazione del dialogo con nostra madre, che ha vissuto circondata di opere d'arte e di libri. Nel suo ininterrotto rapporto con lei, vivente e viva, Elisabetta, ogni domenica si reca al cimitero di Stienta e le legge l'articolo che appare su questa pagina. Pare che mia madre se ne compiaccia e dia segni di approvazione per le mie parole. Questa volta le racconteranno di qualcosa che accade vicino a lei, dove temporaneamente riposa. Ecco: vigila un angelo sulla porta della casa dove dorme ora Caterina, per attenderla, quando si risveglia, e portarla in cielo a ritrovare i suoi genitori; e tutti noi che la seguiremo in un paradiso di madonne e santi come nella casa in cui ha vissuto. Questa presenza nuova mi fa tornare inevitabilmente alla memoria i versi di Apollinaire, nella sua Casa dei morti: «Perché nulla può innalzarvi più/ dell'aver amato un morto o una morta./ Si diventa così puri da arrivare,/ nei ghiacciai della memoria,/ a confondersi con il ricordo./ Se ne resta fortificati per la vita,/ e non si ha più bisogno di nessuno».