L'anno nero delle bellissime Terza modella morta in 6 mesi

shanghai, uccisa Diana Gabrielle O'Brien, canadese di 22 anni. Il corpo trovato riverso sulle scale del suo appartamento, alla periferia della megalopoli. La polizia: "Un furto finito male"

Shanghai - Diana era bella, bella da morire. Già… lo scrivi e non puoi non pensare a come possano diventare crudeli, a volte, le parole. Fino a far assumere un significato sinistro, terribilmente sinistro, anche al più innocente gioco verbale o alla più scontata delle frasi fatte. Ma è proprio e unicamente quell’espressione lì - belle da morire - a passarti prepotente nella testa pensando a un altro volto e a un altro corpo da copertina finiti inghiottiti nell’oscurità del cassettone scorrevole di una morgue.

Ora, appunto, è capitato a Diana Gabrielle O’Brian, fotomodella canadese trovata assassinata a Shanghai. Ma dall’inizio di un anno che sembra davvero maledetto per quelle eteree creature che riescono a stare comode anche in una taglia 40, era già successo altre due volte. Ad altre due bellissime. A febbraio, a Parigi, era stata trovata annegata nella Senna l’ex musa nera di Saint Laurent, Katoucha Niane, 47 anni portati ancora da favola. Mentre solo pochi giorni fa era stata la volta della ventenne top model kazaka Ruslana Korshunova, precipitata dal suo appartamento di New York, al nono piano, dopo un’esistenza effimera bruciata nel tentativo di volare sempre più in alto. Forse troppo in alto, di certo troppo in fretta. Un suicidio assurdo, che non ha mai convinto gli amici della bellezza dell’est né la stampa: proprio ieri il Los Angeles Times ha tirato in ballo nella vicenda la mafia russa.

Da due giorni anche Diana è in un cassettone scorrevole, in quel buio così definitivamente crudele per chi inseguiva invece la luce calda, seppur effimera, della notorietà. Le agenzie di stampa ci dicono che Diana, nata 22 anni fa a Saltspring Island, nella verde serenità della British Columbia canadese, è finita invece ammazzata sulle scale di un triste casermone residenziale alla periferia di Shanghai, dove abitava con una collega, Charlotte Wood, dal 24 giugno scorso.

«Un tentativo di rapina conclusosi tragicamente», ammettono a denti stretti e con i volti lividi le autorità di polizia della megalopoli cinese, preoccupati perlopiù dalla potenziale cattiva pubblicità di quel crimine proprio alla vigilia di una kermesse olimpica incaricata di lavare via la cattiva stampa del regime, i plotoni d’esecuzione in servizio permanente e le grida dal silenzio che arrivano da un Tibet soffocato. Problemi d’immagine, insomma. Di fatto, affaracci loro.

Tu invece scorri le fotografie del portfolio di Diana, quando era ancora una ragazza che sorrideva davanti all’obiettivo, e non puoi non pensarla com’è invece ora, cristallizzata nell’ultima espressione - terrore - di una vita troppo breve, scempiata dai rappezzi chirurgici ricevuti dopo l’autopsia, oltraggiata dal sangue mescolato al fard. Scopri inoltre che quel lavoro in cui lei aveva sperato tanto, per l’agenzia cinese Jh Model - l’ultimo indirizzo conosciuto, dato che da dopo il delitto la porta è chiusa e i telefoni restano muti, è la stanza 207, edificio numero 5 al civico 50 di Puhuitang Road - non le piaceva affatto. Nei contatti al telefono e via email, prima dell’ingaggio, i responsabili si erano descritti come «leader del settore in Cina». In realtà, rivela ora al Globe and Mail, quotidiano di Toronto, il fidanzato Joel Berry, quel lavoro la disgustava, al punto di aver deciso di mettere fine all’esperienza.

Nelle sue telefonate, sempre più sconsolate, la ragazza parlava anche - inutile premonizione - di una città pericolosa, dove non si sentiva affatto sicura, ben diversa dall’immagine sbandierata dal regime e mille miglia lontana, ricordava sempre, dal suo breve, ma felice, periodo milanese. Parlava anche di un’agenzia in verità scalcinata, ospitata in una sede squallida, una delle tante realtà del genere spuntate come funghi nella Cina del boom per accalappiare in tutto il mondo belle ragazze dalle speranze ancor più belle, ma dal buon senso e dalla prudenza spesso più ai minimi termini delle loro stesse gonne. Ragazze che una volta arrivate, anziché i riflettori della moda, si vedono offrire ingaggi dozzinali, se non addirittura equivoci, come accompagnatrici o hostess da night club. Una bevuta e via, con quel che segue, prendere o lasciare. E lei, Diana aveva deciso appunto di lasciare. Peccato che non abbia fatto in tempo.