Lansdale e l’era del cinghiale americano

Quattro anni fa toccò alla giovane esordiente neozelandese Sidney Julia Leigh sfidare l’internazionale del fanatismo animalista col grande romanzo La caccia (La Tartaruga Edizioni). Oggi è il texano Joe R. Lansdale a riprendere il genere con L’ultima caccia (Fanucci, pagine 175, euro 11, traduzione di Seba Pezzani). Dimostrando, una volta di più, che esistono solo scrittori buoni e scrittori cattivi, non scrittori «venatori», come la piccola stampa italiana di settore, scontando un antico complesso d’inferiorità, s’affanna a sostenere.
Lansdale è appunto uno scrittore di prim’ordine, che passa agevolmente dal noir, all’horror, al western, all’avventura e può permettersi di non essere «politicamente corretto». L’ultima caccia ha il respiro epico del Faulkner de L’orso, in Go down, Moses. Coglie il senso profondo dell’attività venatoria, che è la sfida alla natura e quindi a se stessi. Si tratta di un romanzo di formazione, non privo di toni autobiografici, in cui si racconta il passaggio del protagonista dall’adolescenza all’età adulta per mezzo del rito di abbattimento di un terribile cinghiale.
Siamo nel 1933 e il Texas è schiacciato dalla Grande Depressione. Il ragazzo si chiama Richard Dale, ha 15 anni e sogna di diventare scrittore. Affronterà il gigantesco verro che mette in pericolo la sua famiglia e lo ucciderà, riuscendo in un’impresa con la quale neppure suo padre, campione di lotta, ha osato confrontarsi. Scontato il richiamo al cinghiale di Erimanto, che seminava morte e distruzione nella Grecia Meridionale e che fu il protagonista di una delle dodici fatiche di Eracle. Richard però non è Eracle, ma solo un ragazzino posto improvvisamente di fronte alle difficoltà della vita di adulto in una terra di frontiera. Se la ferocia e la pericolosità di questo selvatico sono di sicuro amplificate (non s’è mai visto un cinghiale che sfondi la porta di casa...), il ritmo della narrazione è così coinvolgente da rendere la verosimiglianza un accessorio del tutto inutile. D’altra parte, le descrizioni dell’uccisione dei cani da parte del verro sono di una crudezza e di un verismo esemplari. Insomma, si vede che Lansdale sa di cosa scrive... Mentre il gioco serio della caccia, in cui l’inseguito si confonde con l’inseguitore, è reso con pagine di autentica tensione narrativa.
Per farla breve, il «vecchio Satana» - così si chiama la bestia - è Moby Dick e Richard è Achab, ma un Achab vincitore. Che, una volta ucciso il cinghiale, è dispiaciuto per lui, per la morte di questo fosco dio della foresta che prima ha odiato con tutte le sue forze. Una storia antica quanto l’uomo, scritta nel solco del grande romanzo americano.