L'antidoping non è uguale per tutti

Fifa e Uefa respingono nel nome della privacy le norme sulla reperibilità degli atleti varata dalla Wada e già in vigore nel ciclismo: «Lo sport di squadra è diverso, si sa dove sono i giocatori». Snobismo o verità?

Sarà perché non sono ciclisti, notoriamente dopati doc. Sarà perché la Wada, l'agenzia mondiale antidoping, comincia a sembrare sempre di più un business piuttosto che un ente morale. Sarà anche perché il calcio si ritiene sempre al di sopra delle parti. In ogni caso Fifa e Uefa hanno formalmente respinto l'attuazione della regola sulla reperibilità degli atleti per i controlli, quelli insomma che nelle due ruote hanno porato i corridori ad essere testati perfino al funerale di un familiare. Nel comunicato congiunto con il quale annunciano la comune presa di posizione, Fifa e Uefa intendono sottolineare «le fondamentali differenze» che intercorrono fra il singolo atleta, che si allena da solo, ed un membro di una squadra, presente nell'impianto sei giorni su sette e per tanto «facile da localizzare».
Fifa e Uefa sottopongo alla Wada la possibilità di sostituire la norma della reperibilità del singolo con una da riferire al collettivo rappresentato, presso le infrastrutture della squadra. Fifa e Uefa concedono poi alla Wada la possibilità di monitorare i singoli atleti protagonisti di precedenti infrazioni al regolamento antidoping, per calciatori costretti ad inattività per lunghi infortuni e per quelli non chiamati a vivere quotidianamente la realtà della squadra presso il campo di allenamento. Infine non viene accettano la possibilità di concedere la reperibilità degli atleti nel corso delle vacanze.
Insomma, un sacco di distinguo in nome della privacy dell'atleta, che nel calcio sembra più sacra che in altri sport. Anche se, vedendo appunto come si comporta a volte la Wada, c'è il sospetto che Fifa e Uefa non abbiano tutti i torti.