L'aperitivo che va con tutto

di Marco Zucchetti

Una delle ingiustizie più lancinanti della storia, persino peggiore del mancato Pallone d'Oro a Franco Baresi, è che nessuno abbia ancora insignito il Negroni del Nobel per la Pace. D'altronde, se l'ha vinto Obama per aver precipitato mezzo mondo nel caos, perché non darlo anche al cocktail che da un secolo riesce a mettere d'accordo tutti?

Perché non c'è classifica che tenga. Le lande desolate che noi indegnamente abitiamo sarebbero ancor più inospitali se il Conte Camillo nel 1920 non avesse fatto versare del robusto gin nel suo Americano. Regalando così a se stesso pomeriggi estatici al Caffè Casoni e a noi meschini discendenti una certezza granitica per ogni voglietta alcolica.

Che poi cos'è il genio, per citare Amici miei? È fantasia, intuizione, decisione e velocità d'esecuzione. Oppure 1/3 di gin, 1/3 di Campari bitter, 1/3 di vermut rosso e ghiaccio. Nulla di più elementare, l'invenzione della ruota: un cocktail che anche un analfabeta alcolico potrebbe replicare. Chi lo dice che la perfezione è complicata? In fondo il whisky è orzo annegato nell'acqua e lasciato in quattro assi di legno eh...

Insomma, inutile discutere o mettere ai voti, il mito non è democratico e il Negroni è unico e universale per mille motivi. Col suo vermut dolce piace alle donne ma non è svenevole come una caipiroska da diabete fulminante; col virile gin vellica il gusto maschile ma non scartavetra l'esofago come certe pozioni da discoteca dai nomi marziali tipo il B52 o AK47 (che già l'idea di bere un kalashnikov è da ricovero o da corte marziale...).

È magnifico all'aperitivo circondato da arachidi come Giove dalle sue lune, che poi a tavola sbraneresti anche il polpaccio al cameriere. È intrigante dopocena, quando l'alternativa di un miserabile Cuba Libre già ti avvia alla depressione; è creativo per il relax pomeridiano, quando la birretta non ti va, che gonfia.

Fa il suo dovere con chi cerca sballetti innocenti, perché a parte l'arancia nel bicchiere tutto è alcolico e dopo il terzo - se non guidi - la vita ti arride. Ma delizia anche il raffinato gourmand che studia i sapori come un entomologo le mosche e bilancia sempre amaro, dolce e secco. Magari disquisendo se la ricetta perfetta abbia Martini, Carpano o il delicato Cocchi, il Tanqueray o Plymouth gin. Comunque non un gin esagerato tipo Hendricks o Gin Mare, che poi ti pare di avere un orto botanico sotto il naso.

Il Negroni scalda il cuore del conservatore nazionalista con la sua anima italiana e futurista dal cuore di Campari, ma strizza l'occhio pure al vecchio compagno che in fondo a quel bicchiere rosso scuro ci vede l'ultima lacrima di passione socialista, sempre che il Mojito di Fidel non sia disponibile...

Si potrebbe continuare per sempre, perché la verità è che il Negroni mette allegria. Sarà per l'arancia, per quel senso di Natale fuori stagione, per l'incanto del ghiaccio che sciogliendosi disegna scie e vortici nel vermiglio del bicchiere: ognuno nel Negroni ci trova la sua magia. Perfino l'astemio, che per un momento - guardando i soddisfatti avventori ordinarne un altro - intravvederà la grande verità di Eduardo Galeano: «Siamo tutti mortali fino al primo bacio e al secondo bicchiere». Meglio se di Negroni.