«La lapidazione deve avvenire in pubblico»

La lapidazione è praticata in diversi Paesi dove vige la sharia, la legge coranica, come l’Iran, l’Arabia Saudita e alcuni Stati della Nigeria. La sharia prescrive l’esecuzione mediante lapidazione per le persone - donne e uomini - riconosciute colpevoli di relazioni extraconiugali. Il codice islamico descrive puntigliosamente sia i criteri per infliggere una condanna sia le modalità del crudele supplizio.
Gli adulteri devono essere colti in flagrante e il reato deve essere suffragato dalla testimonianza di quattro uomini, una prova quasi impossibile da acquisire. Per ogni testimone di sesso maschile mancante, serve la deposizione sotto giuramento di due donne, in quanto in molti Paesi islamici la testimonianza di una donna in tribunale vale la metà di quella di un uomo.
Le esecuzioni avvengono generalmente in pubblico. Le pietre non devono essere né troppo grandi, per evitare una morte troppo rapida, né troppo piccole, per non prolungare eccessivamente la tortura. Tra i carnefici vi sono generalmente un magistrato e i rappresentanti della parte lesa, anche donne. Tra un lancio di pietre e l’altro devono essere recitati versetti coranici.
I condannati vengono sepolti nella terra o nella sabbia ricoperta di pietre, gli uomini fino alla cintola e le donne fino alle ascelle. Se riescono a divincolarsi e a fuggire, devono essere graziati e tornare a piede libero. Le diverse modalità penalizzano tuttavia le donne, che difficilmente riescono a liberarsi con il corpo quasi completamente conficcato nella terra.
Nel 1999, sull’onda della liberalizzazione della stampa in Iran, un quotidiano pubblicò il parere di un esperto, secondo cui la mortale tortura con il lancio delle pietre è «contraria all’insegnamento» di Maometto e non è contemplata dal Corano. Nel libro sacro dell’Islam, la lapidazione è prevista solo per i «nemici del Profeta», mentre agli adulteri è riservata la flagellazione, secondo quanto ha affermato lo studioso iraniano, Farhad Behbahani.