L'Arcigay: "Sinistra ipocrita, ora siamo distanti"

Il leader di Arcigay Aurelio Mancuso: "Autonomi dai partiti". Grillini? "Aboliremo i presidenti onorari". E sugli sgravi fiscali ai
circoli-discoteche: "Non vogliamo privilegi, il governo cambi la legge"

Circoli-discoteche che non pagano le tasse su cocktail e biglietti d’ingresso per scendere in pista? «Non vogliamo privilegi. Se il governo vuole cambiare il regime fiscale dei circoli, ben venga». Gli ex dirigenti di Arcigay si buttano in politica? «Lo fanno a titolo personale». E Franco Grillini, che dell’associazione è ancora presidente onorario? «Al congresso potremmo abolire questa carica». Aurelio Mancuso, presidente di Arcigay, prende fiato e pesa le parole: «Dopo tante delusioni, la nostra linea è cambiata. Oggi siamo distinti e distanti dalla politica».
Perché avete appoggiato tutte le proposte della sinistra sulle unioni civili, dai Pacs ai Cus, e ora non fate nulla per sostenere i Didorè del centrodestra?
«La sceneggiata del governo Prodi ci ha segnato profondamente. L’ipocrisia del centrosinistra è stata la più grande delusione politica da quando esiste il movimento gay in Italia. Adesso ho il dovere di essere prudente, per non illudere le persone che rappresento».
Non ha più voglia di combattere?
«Al contrario, siamo più determinati che mai. Ma finché non vedrò una legge anche minima all’ordine del giorno in Parlamento, di fronte agli annunci dei politici resterò cauto. Le posso dire che sento spesso il ministro Rotondi, che è un vero galantuomo, e che la sua mossa sui Didorè è comunque un segnale positivo, proprio perché viene dalle file del centrodestra».
Non vi riesce difficile essere «equidistanti» visto che molti vostri ex dirigenti sono in politica, rigorosamente a sinistra?
«Nessuno si è mai presentato agli elettori a nome di Arcigay».
Grillini ormai è sulla scena politica da un decennio, ed è ancora il vostro presidente onorario.
«È una questione molto dibattuta nell’associazione. Probabilmente al prossimo congresso la figura del presidente onorario sarà abolita. Franco è un pezzo importante della cultura gay di questo Paese, non credo abbia bisogno di questo accreditamento. Come vede, sono uno che parla chiaro: la nostra associazione è limpida e coerente, al 100 per cento».
A proposito di trasparenza: dopo aver spulciato il vostro bilancio Daniele Nardini, direttore della rivista «Gay.it», ha raccontato al «Giornale» che alcuni conti non tornano. Voi dirigenti nel 2008 avete speso ben 107mila euro in trasferte.
«Rappresentiamo più di cento circoli, dall’Alto Adige alla Sicilia, e abbiamo un bilancio di poco più di 700mila euro: non siamo una casta. L’anno scorso io ho passato fuori casa 250 giorni, incontrare la base è parte integrante del mio incarico. Detto questo, per il 2009 abbiamo deciso di razionalizzare le uscite. Forse ci era un po’ sfuggita la mano, e abbiamo tagliato da questa voce 33mila euro».
Passando alla voce stipendi, nel bilancio non sono indicati i destinatari. Lei è tra questi?
«Faccio il presidente di Arcigay a tempo pieno, ho un co.co.pro pro tempore, guadagno esattamente 1.540 euro al mese».
Prima cosa faceva?
«Per 4 anni sono stato segretario nazionale dell’associazione. E sono giornalista free lance».
Perché dichiarate oltre 160mila iscritti se al 31 dicembre i tesserati erano 110mila?
«Perché il tesseramento è aperto tutto l’anno. Per fare una stima del reale volume degli associati teniamo conto di un arco temporale più ampio».
Così però contate anche persone che magari sono decedute, o il celebre Luca amico di Povia, che al momento non vorrà certo essere conteggiato.
«Il nostro è un dato statistico, non possiamo guardare il singolo caso. Tutte le grandi associazioni non profit fanno come noi. E comunque solo i soci in regola con la tessera possono votare al congresso».
All’ultimo congresso quanti hanno votato?
«Quasi duemila».
Meno del 2 per cento.
«Un passo in avanti importante, in passato non si arrivava a 600 persone. Eravamo una bandiera, ora stiamo diventando un’organizzazione diffusa sul territorio».
La stessa tessera Arcigay si può prendere nei circoli politici oppure in quelli «ricreativi». Quanti, tra i vostri 110 o 160mila soci, si sono iscritti in saune e discoteche?
«Oltre il 90 per cento. Ma vede, io trovo aristocratica la distinzione tra militanti e frequentatori delle discoteche. Da statuto, l’associazione ha due compiti fondamentali: la difesa dei diritti e l’organizzazione del tempo libero. Le discoteche spesso sono il luogo dove i giovani entrano in contatto coi circoli politici. E poi sono proprio le discoteche che finanziano le nostre battaglie per i diritti».
Però finanziano poco le casse dello Stato. Non trova una discriminazione il fatto che il gestore di una discoteca gay paghi molte meno tasse di un locale etero?
«Alcuni dei nostri circoli sono piccole realtà che fanno fatica ad arrivare a fine mese. Altri hanno davvero un giro importante, e hanno scorporato le attività remunerative in società private proprio per una ragione di trasparenza, anche se la legge non lo impone. Le segnalo che i nostri circoli ricreativi sono 64, su 35mila in Italia. Il problema è che la legge non fa alcuna distinzione».
Le proposte sono benvenute.
«La soluzione è semplice: si faccia una norma che tenga conto delle differenti attività svolte nei circoli. Quelli che assumono una valenza economica importante, abbiano un regime fiscale diverso. Di sicuro ad Arcigay non interessa fuggire al fisco. Ma attenzione, non consentiremo mai un repulisti dei circoli omosessuali. L’alternativa sarebbe tornare a quando migliaia di gay frequentavano i parchi, di notte. C’è qualcuno che vuole tornare ad allora?».
È vero che dopo l’intervista al «Giornale» è stato vietato ai volontari di Arcigay di parlare con Nardini?
«Ma lei se fosse stato nell’Arcigay cosa avrebbe fatto? Comunque, non ci sono stati diktat dall’alto, è stata una reazione di autodifesa da parte della base».