Largo ai giovani, ma il nostro pedale invecchia

La più vecchia al pupo. La «decana» delle classiche ad uno dei più giovani corridori del gruppo. La Liegi ad Andy Schleck, 23 anni, il più giovane dei fratelli targati Lussemburgo. Una vittoria netta, senza se e senza ma, annunciata e temuta da tutti, non per questo evitata da Cunego, Rebellin, Valverde e compagnia pedalante, che parevano avessero tutti un limitatore di velocità. «C’ poco da dire, Andy è stato il più forte di tutti, impossibile stargli a ruota», dice con la consueta franchezza Davide Rebellin, buon terzo, alle spalle di Joachim Rodriguez, che prima lavora come un matto per Valverde, poi, dopo aver mandato cordialmente a quel paese il capitano, si va a prendere la piazza d’onore.
Niente da dire: Andy Schleck è stato il più forte e ha vinto a pieno merito. Qualcosa da dire invece ce l’abbiamo invece sul fatto che dietro ai grandi vecchi noi italiani abbiamo davvero poco. Gli altri hanno gli Schleck, i Contador, noi ci dobbiamo aggrappare disperatamente agli over trenta. Rebellin, un ragazzo di 38 anni, si è confermato ancora una volta il migliore. Damiano Cunego (settimo) è sempre lì ma fatica a spiccare il volo. Il suo incedere ­ anche ieri - è apparso pesante, poco armonico ed efficace. Schleck e Rebellin la bicicletta la conducono, Cunego la porta su: a forza. E i giovani? Ci aspettavamo un segnale da Nibali, ma anche ieri il segnale è stato chiaro «devo ancora lavorare molto».
L’Italia del pedale invecchia male. Tutti aggrappati ai Rebellin, ma anche a Ivan Basso, che un ragazzino con i suoi 31 anni non è più. È vero, nelle corse di un giorno ci è mancato Alessandro Ballan (fermo per un virus), il campione del mondo, che nelle classiche del nord sarebbe risultato molto utile. Ci è mancato Danilo Di Luca, che corre per un team di seconda divisione (Lpr Farnese), e inspiegabilmente non è stato invitato. Pozzato ha raccolto buoni piazzamenti, ma anche da lui attendiamo da tempo la definitiva consacrazione. Insomma, ci manca il faro, la guida, il corridore capace di condizionare una corsa, come sapeva fare a regola d’arte Paolo Bettini. Ci dobbiamo accontentare di un immenso Davide Rebellin, l’«eterno secondo», che non può durare in eterno.