Larjani e Nasrallah corrono a Damasco La Rice: non ostacolate i piani di tregua

E il presidente Bush, pur dicendosi «turbato dalle distruzioni», ribadisce la linea americana: «No a una pace ingannevole»

Non ha perso tempo, Teheran. Poche ore dopo la conclusione a Roma della conferenza internazionale sul Libano, ha spedito a Damasco il responsabile del Consiglio della Sicurezza Nazionale, Ali Larijani. Una visita imprevista, ufficialmente dedicata alla crisi libanese, come precisa l’agenzia di stampa ufficiale Mehr. In realtà incentrata sull’ultimatum che, proprio a Roma, il segretario di Stato Usa Condoleezza Rice ha lanciato alla Siria: «Basta chiacchiere è il momento di schierarsi».
Un ultimatum che, secondo fonti diplomatiche, starebbe facendo breccia nel regime. Il presidente Assad sa che schierandosi con gli americani toglierebbe il suo Paese dai guai. E il baratto proposto da Wahington lo tenta. Ma l’Iran non può permettersi di perdere il suo unico, vero alleato nella regione. Per questo freme e fa pressing: l’inviato di Teheran vuole essere certo che Assad non venga meno ai patti.
Una preoccupazione condivisa dal capo degli Hezbollah, Hassan Nasrallah che, secondo quanto scrive il quotidiano kuwaitiano Al Siyassah, ieri avrebbe abbandonato il suo rifugio segreto per recarsi a Damasco. Un Nasrallah irriconoscibile: senza turbante, forse con la barba tagliata, scortato da uomini dell’intelligence siriana a bordo di un’auto blindata, sarebbe giunto nella capitale all’alba e subito si sarebbe incontrato con Aassad e Larihani. Una notizia sensazionale, che però per tutto il giorno non trova riscontri.
A sera resta una voce, solo una voce, ma indicativa delle tensioni delle ultime ore. La Rice non molla la presa. Dalla Malaysia, dove ha partecipato a un vertice con i ministri degli Esteri asiatici, ammonisce di nuovo Iran e Siria a non boicottare i piani americani in Libano. E ancora una volta preme soprattutto su Damasco, il più debole tra i due. E se Assad abbandona davvero gli iraniani, la pace in Libano diventa a portata di mano, perchè Damasco da sempre esercita un’influenza su quel Paese e, soprattutto, perchè è dalla Siria che transitano armi e finanziamenti agli Hezbollah.
Nonostante il fallimento della conferenza di Roma, Washington confida che una svolta sia vicina: per questo il segretario di Stato si appresta a riprendere, già nelle prossime ore, la spola diplomatica tra Beirut e Gerusalemme.
Intanto Bush ribadisce la linea Usa: pur dicendosi «turbato dalle distruzioni» continua a opporsi a una «pace ingannevole». Il presidente Usa vuole chiudere la crisi «il più presto possibile», ma esclude soluzioni che permettano alla violenza «di riesplodere più tardi»: ricorda che la storia del Medio Oriente è costellata da accordi che non sono stati rispettati o che non hanno funzionato e invita ad andare «alle radici del problema», che individua nelle «attività dei terroristi».
L’America continua a stare al fianco di Israele, anche a costo di inasprire i rapporti con i partner europei, che nelle ultime settimane erano migliorati grazie al nuovo approccio, diplomatico e non più muscolare, dell’amministrazione. Ieri la Francia, d’accordo con molti Paesi europei, ha chiesto che venga indetta una riunione del Consiglio di sicurezza dell’Onu all’inizio della settimana prossima. All’ordine del giorno: la cessazione immediata delle ostilità in Libano, a dispetto di Bush.