L'arma del giamaicano: profumi per rendere più potenti le bombe

L’attentatore di King’s Cross spese 1.300 euro: l’alcol avrebbe creato danni maggiori

Gaia Cesare

Il teatro della strage, Londra, il covo dei terroristi, Leeds, il Paese di provenienza del «chimico», l’Egitto, ma soprattutto il Pakistan, con le sue scuole dove sono stati indottrinati gli aspiranti kamikaze, sono tutti legati da un fil rouge che porta dritto agli attentati del 7/7 britannico. Sono queste le quattro piste su cui da giorni si muove l’intelligence britannica e da cui di ora in ora arrivano nuove preziose informazioni per risolvere l’enigma che porterà ai mandanti e ai collaboratori degli attacchi contro il Regno Unito.
Ieri un nuovo curioso e agghiacciante dettaglio si è aggiunto alla lista di informazioni che gli investigatori stanno raccogliendo freneticamente: Jermaine Lindsay, l’attentatore di origine giamaicana, 19 anni, la cui identità è stata scoperta per ultima, aveva speso oltre 1.300 euro per l’acquisto di profumi, proprio qualche giorno prima degli attentati, nella sua città, Aylesbury, e in una località vicina, a Milton Keynes. La ragione? Con molta probabilità moltiplicare in maniera esponenziale i danni dell’attacco: l’alcol è l’ingrediente principale di tutti i profumi e può essere utilizzato per produrre esplosivo e per ottenere un effetto ha ancora più incendiario, come il napalm, creando fuoco e quindi più ustioni. Sul suo reale impiego nella carrozza della Piccadilly Line, esplosa all’altezza di King’s Cross, non si hanno ancora certezze, ma l’informazione proverebbe la volontà stragista del kamikaze. A segnalare i suoi insoliti e ricorrenti acquisti era stata proprio la sua banca, che aveva affidato il caso a investigatori privati e che ha segnalato il fatto dopo l’attacco. Durante i suoi acquisti - ha riferito una commessa - pare che Lindsay cercasse il profumo Boss Motion Green, confezionato in una sfera di metallo. L’attentatore sarebbe tornato nella profumeria per cercare una borsa rossa. Non si sa se l’abbia trovata «ma sembrava molto preoccupato».
Intanto, nel puzzle di spostamenti, comunicazioni, contatti tra i quattro attentatori e i mandanti della strage (ieri il bilancio ufficiale delle vittime è salito a 56), restano ancora vari tasselli da ricomporre. Nel mirino degli investigatori c’è soprattutto il giovane Hasib Hussain, l’unico che si è mosso in ritardo rispetto agli altri tre attentatori e di cui non si conoscono ancora con certezza tutti gli spostamenti. Il sospetto è che nell’arco di tempo intercorso fra le prime tre esplosioni simultanee (8.50) e la quarta bomba sul bus (9.47), il «teenager» possa avere consegnato un quinto ordigno a una cellula terroristica finora ignota. Il suo zaino, apparso nelle foto che lo ritraggono all’arrivo alla stazione di Luton, era sufficientemente capiente da poter contenere una quinta bomba oltre a quella fatta esplodere a Tavistock Square.
Anche lui, come gli altri due attentatori Mohammed Sidique Khan e Shehzad Tanweer, si è recò in Pakistan, dove probabilmente preparò la sua missione. A differenza degli altri componenti del commando, giunti insieme il 19 novembre 2004 all’aeroporto di Karachi su un volo della Turkish Airlines, Hussain arrivò nel luglio del 2004 con un volo proveniente da Riad. L’approdo dei suoi compagni in Pakistan è provato da un fermo immagine tratto dalle telecamere a circuito chiuso dell’aeroporto e diffuso lunedì dal quotidiano di Karachi, Daily news. Una prova inconfutabile dei legami con le cellule terroristiche pachistane.
Uno di loro, Mohammed Khan, il più anziano dei kamikaze, sarebbe quello che ha intrecciato maggiori legami con le cellule jihadiste internazionali: un uomo arrestato negli Usa dopo un summit fra terroristi in Pakistan ha dichiarato di averlo incontrato proprio negli Stati Uniti, mentre una fonte dei servizi di sicurezza israeliani - citata dal quotidiano Maariv - ha riferito che l’attentatore di Londra si sarebbe recato in Israele per organizzare l’attentato condotto da un musulmano di cittadinanza britannica il 30 aprile del 2003, in un bar di Tel Aviv.
Mentre si smonta definitivamente la pista dei sei arresti condotti domenica a Leeds (si tratta di fermi non legati alla strage), sembrano prendere corpo le accuse ai danni del «chimico» Magdi El Nashar, tuttora sotto interrogatorio al Cairo. Il presunto artificiere del commando avrebbe ammesso il suo rapporto con almeno uno degli attentatori.