L'armata dei baby-pirati fa il record: in ostaggio 20 navi e 340 marinai

Hanno tra i 16 e i 20 anni, cercano soldi e gloria. E non si fermano: ieri hanno sequestrato
un mercantile libanese e uno greco. Mai così tante imbarcazioni nelle loro mani

Sono i James Dean del Puntland, gli sbarbati senza uno straccio d’ideale di un Paese che non c’è, la gioventù bruciata di una terra maledetta pronta a giocarsi la vita sulla roulette dei mari e della pirateria. Uno l’hanno trovato gli incursori della Marina americana dopo aver bruciato le cervella ai suoi tre compagni convinti di poter tenere in ostaggio un capitano su una scialuppa alla deriva. L’hanno tirato su ferito e mezzo rintronato e si sono trovati davanti un pirata bambino senza pelo sulle gote. Gli altri, quelli con le teste esplose sotto i colpi dei cecchini, non erano diversi, ragazzini dai 16 ai 20 anni, convinti di farla franca, convinti di incassare, scialare e sperare. «Avevano dai 16 ai 19 anni – racconta il segretario alla Difesa statunitense Robert Gates all’ammutolita platea del War College dei Marines -, sono dei ragazzini senza addestramento, ma con tante, troppe grosse armi... Le conseguenze le potete immaginare».
D’immaginazione ne serve poca, basta seguire le cronache. Solo ieri mattina i bucanieri in erba del Puntland, un territorio quasi indipendente del nord della Somalia, hanno messo le mani sul mercantile libanese MV Sea Horse e sulla nave da carico greca MV Irene. Due discreti bottini arraffati in poche ore dopo un fine settimana pasquale già allietato dalla cattura del rimorchiatore italiano Buccaneer con 16 marinai, dieci dei quali italiani, e il dirottamento di due pescherecci egiziani con altri 36 ostaggi. Così, mentre a Bosaso le autorità del Puntland discutono il riscatto del Buccaneer con gli emissari dei pirati scesi dal porto di Las Qurey, migliaia di adolescenti del Puntland sognano una vita corsara. Sono affamati di soldi, donne e gloria. Devono scegliere tra un futuro senza speranza e un invitante presente dove il bottino di barche, equipaggi e vascelli in attesa di riscatti conta oggi 20 imbarcazioni e 340 marinai, il tesoro più consistente dall’inizio dell’escalation degli assalti, cominciata nel 2006. Calcolando una media di un milione di euro a barca è facile capire perché la carriera del pirata sia il sogno più ricorrente tra i giovani leoni del Puntland. «Da quelle parti un giovane ambizioso spera solo in quello, due anni fa erano cento, adesso sono oltre 1200 e i figli dei più anziani già si preparano a rimpiazzare i padri», spiega John Burnett autore del libro sulla pirateria Acque pericolose.
Le alternative, del resto, non sono molte. Ad Eyl, la nuova Tortuga, quartier generale della pirateria nel nord del Puntland, i ristoranti lavorano per preparare il cibo destinato agli equipaggi prigionieri, i commercianti vendono carburante e attrezzature elettroniche alle navi corsare, le madri si muovono per trovare un bucaniere di belle speranze pronto ad impalmare le figlie da marito. «Qualsiasi ragazza prega d’incontrare sulla propria strada un pirata, qui sono gli unici ad avere i quattrini, i soli a garantirti una vita ricca e comoda, una mia amica ce l’ha fatta e il suo matrimonio, credetemi, è stato un vero sogno, non ho mai visto tanto ben di Dio», racconta Naimo, una 20enne di Garowe intervistata dal quotidiano inglese The Guardian. Le donne nei sogni dei giovani filibustieri del Puntland sono come le armi, i fuoristrada e le belle case. «Prima ci compriamo una bella macchina poi ci facciamo una villa e poi andiamo in cerca di mogli, i più bravi ne riescono a mantenere anche tre», racconta orgoglioso Abshir Salad, un 19enne «in carriera» di Eyl. Di notte pirati, di giorno beati tra fuoristrada rombanti, ville arabeggianti e mogli a sazietà.
Per gli sbarbati del Puntland il tris mogli auto e case è l’irrinunciabile status symbol da esibire, l’icona di una vita spericolata dove ogni arrembaggio è una puntata alla roulette della vita e può fruttare un biglietto per l’eldorado o per l’aldilà.