L'arte di arrangiarsi del "papà" di Godot

L'INEDITO. Il premio Nobel del 2003, J. M. Coetzee, ci racconta (con alcuni risvolti bizzarri) l'apprendistato letterario del premio Nobel del 1969 Samuel Beckett

J. M. Coetzee

Nel 1923 Samuel Barclay Beckett, all’età di diciassette anni, fu ammesso al Trinity College di Dublino per studiare lingue romanze. Si dimostrò uno studente eccezionale e fu preso sotto l’ala di Thomas Rudmose-Brown, professore di francese, che fece il possibile per promuovere la carriera del giovane: gli procurò una docenza alla prestigiosa École Supérieure de Paris subito dopo la laurea e in seguito un posto al Trinity College. Dopo un anno e mezzo al Trinity, a recitare quella che lui  chiamava «la commedia grottesca dell’insegnamento», Beckett rassegnò le dimissioni e fuggì a Parigi. Neppure dopo questa delusione Rudmose-Brown abbandonò il suo protetto. Nel 1937 tentava ancora di riavvicinare Beckett all’università, convincendolo a fare domanda come docente di italiano all’università di Cape Town. \[...\]

L’aspetto della vita professorale che costernava maggiormente Beckett era l’insegnamento. Giorno dopo giorno questo timido e taciturno giovane doveva affrontare in classe i figli della middle class protestante irlandese per convincerli che Ronsard e Stendhal erano degni della loro attenzione. «Era un docente molto impersonale», disse di lui uno dei suoi migliori allievi. «Diceva quello che doveva dire e poi abbandonava l’aula... Credo che si considerasse un cattivo docente e questo mi rattrista, perché era davvero bravo... Sfortunatamente, molti dei suoi studenti concordavano con lui». «Il pensiero di ricominciare a insegnare mi paralizza», scriveva Beckett a McGreevy nel 1931 dal Trinity, nell’imminenza del nuovo semestre. «Penso che andrò ad Amburgo non appena avrò ricevuto il mio assegno di Pasqua... e forse spero di avere il coraggio di liberarmi». Passò un altro anno prima che trovasse quel coraggio. «Certo, probabilmente tornerò strisciando con la coda arrotolata sul mio rovinato poenis \[sic\]», scriveva a McGreevy. «E forse invece no».

Il posto di docente al Trinity College fu il suo ultimo impiego regolare. Fino allo scoppio della guerra, e per un certo periodo anche durante la guerra, fece affidamento su un sussidio derivante dal patrimonio del padre, che morì nel 1933, e su donazioni occasionali da parte della madre e del fratello maggiore. Quando gli riusciva, accettava lavori di traduzione e revisione. Le due opere letterarie che pubblicò negli anni ’30, i racconti Più pene che pane (1934) e il romanzo Murphy (1938), gli portarono poco in termini di diritti. Era quasi sempre a corto di denaro. La strategia di sua madre, come osservò a McGreevy, era «tenermi in ristrettezze perché possa essere spronato all’impiego stipendiato. Detto così sembra più amaro di quanto non si intenda». \[...\]

La relazione fra le migrazioni degli artisti e le fluttuazioni dei tassi di cambio è semplicistica. Tuttavia, non è una coincidenza se nel 1937, dopo una nuova svalutazione del franco, Beckett fu in grado di abbandonare l’Irlanda e tornare a Parigi. Il denaro è un tema ricorrente nelle sue lettere, soprattutto verso la fine del mese. Le lettere da Parigi sono piene di annotazioni ansiose su quanto poteva o non poteva permettersi (stanze d’albergo, pasti). Sebbene non abbia mai veramente patito la fame, viveva una decorosa versione di esistenza alla giornata. L’unico vizio che si concedeva erano i libri e i dipinti. A Dublino si fa prestare 30 sterline per comprare un quadro di Jack Butler Yeats a cui non può resistere. A Monaco acquista l’opera completa di Kant in undici volumi. \[...\]

Fra gli impieghi contemplati da Beckett c’erano: lavoro d’ufficio (nell’impresa di consulenza edilizia del padre); insegnamento di lingue (in una scuola Berlitz in Svizzera); docenza scolastica (a Bulawayo, nel sud Rhodesia); copywriting pubblicitario (a Londra); pilotaggio di aerei commerciali (nei cieli); interpretariato (fra Francia e Inghilterra); gestione di una proprietà fondiaria. \[...\] Ma era la carriera nel cinema il suo sogno più grande. «Come vorrei andare a Mosca a lavorare per un anno con Eisenstein», scrive a McGreevy. «Quello che imparerei con una persona come Pudovkin», continua una settimana più tardi, «è come maneggiare la telecamera, i trucchi più alti della moviola e così via, di cui ne so quanto di misurazione edilizia». Nel 1936 invia veramente una lettera a Sergej Eisenstein: «Le scrivo... per chiederle di essere preso in considerazione per l’ammissione alla Scuola Statale di Cinematografia di Mosca... Non ho esperienza di lavoro di studio e, naturalmente, sono la sceneggiatura e il montaggio finale del soggetto gli aspetti che mi interessano di più... La prego di considerarmi un cineasta serio degno di essere ammesso alla sua scuola. Potrei rimanere almeno per un anno». Nonostante non riceva alcuna risposta, Beckett informa McGreevy che andrà «probabilmente \[a Mosca\] molto presto».

Come possiamo intendere l’idea di studiare sceneggiatura in Unione Sovietica nel profondo della notte staliniana: come impressionante naïveté o serena indifferenza alla politica? Nell’epoca di Stalin, Mussolini e Hitler, della grande depressione e della guerra civile spagnola i riferimenti alle questioni mondiali nelle lettere di Beckett si possono contare sulle dita di una mano. Non c’è dubbio sul fatto che, politicamente parlando, il cuore di Beckett fosse dalla parte giusta. Il suo disprezzo per gli antisemiti si manifesta chiaramente nelle lettere dalla Germania. «Se ci sarà una guerra», informa McGreevy nel 1939, «mi metterò a disposizione di questo Paese» - intendendo con «questo Paese» la Francia ed essendo Beckett cittadino della neutrale Irlanda. (E in effetti arrivò a rischiare la vita nella resistenza francese). Ma non sembrano interessargli molto le questioni su come dovrebbe essere governato il mondo. Si cercano invano nelle sue lettere pensieri su quello che è il posto dello scrittore all’interno della società. Una frase, ripresa da uno dei suoi filosofi preferiti, il cartesiano di seconda generazione Arnold Geulincx (1624-1669), suggerisce il suo atteggiamento nei confronti della politica: ubi nihil vales, ibi nihil velis, che si potrebbe glossare: non investire speranza o desideri in un’arena dove non hai potere. Solo quando viene toccato l’argomento Irlanda, Beckett si concede, di tanto in tanto, di manifestare un’opinione politica. Sebbene McGreevy fosse un irlandese nazionalista e un devoto cattolico e Beckett un cosmopolita agnostico, i due raramente permettevano a politica e religione di inframmettersi tra loro. \[...\]

Le lettere di Beckett sono piene zeppe di commenti su opere d’arte che ha visto, musica che ha sentito, libri che ha letto. Alcune fra le sue prime lettere sono semplicemente sciocche, le affermazioni di un novellino presuntuoso - «I Quartetti di Beethoven sono una perdita di tempo», ad esempio. Fra gli scrittori che devono sopportare la sferza del suo sprezzo giovanile ci sono Balzac («Lo scadimento di stile e di pensiero \[in La cugina Betta\] è talmente grande che mi chiedo se stia scrivendo seriamente o in parodia») e Goethe (in riferimento al suo dramma Tasso «sarebbe difficile immaginare qualcosa di più disgustoso»). A parte alcune incursioni nella scena letteraria dublinese, le sue letture tendono a essere fra i morti illustri. Dei romanzieri inglesi, sono Henry Fielding e Jane Austen a vincere il suo favore, Fielding per la libertà con cui inserisce il proprio io autoriale nelle sue storie (una pratica che lo stesso Beckett utilizza in Murphy). Anche Ariosto, Sainte-Beuve e Hölderlin ottengono la sua approvazione. Uno dei suoi entusiasmi letterari più inaspettati è per Samuel Johnson. Colpito dal «volto da pazzo terrorizzato» nel ritratto di James Barry, nel 1936 concepisce l’idea di trasformare la storia della relazione di Johnson con Hester Thrale in un’opera teatrale. Non è il grande pontificatore de La vita di Boswell ad attrarlo, ma l’uomo che ha lottato tutta la vita contro l’indolenza e il cane nero della depressione. Nella versione beckettiana degli eventi, Johnson va a vivere con la giovanissima Hester e il marito di lei quando è già impotente ed è perciò condannato a fare la parte del «gigolo platonico» nel menage à trois. Prima soffre di disperazione per «l’amante con niente da amare», poi di crepacuore quando il marito muore e Hester scappa con un altro uomo. «La mera esistenza è così immensamente meglio del nulla che l’uomo preferirebbe esistere perfino nel dolore», diceva il Dr. Johnson. La Hester Tale del progetto teatrale di Beckett non riuscirà a capire che un uomo può preferire di amare disperatamente piuttosto di non provare nulla, quindi non è in grado di riconosce la dimensione tragica dell’amore di Johnson per lei. Nell’uomo pubblico sicuro di sé che in privato lotta contro l’apatia e la depressione, che non vede alcun senso nella vita eppure non riesce ad affrontare l’annientamento, Beckett avverte chiaramente uno spirito affine. Tuttavia, dopo un primo momento di grande entusiasmo per il progetto Johnson, l’indolenza prende il sopravvento. Passano tre anni prima che metta mano alla penna. A metà dell’Atto I abbandona il lavoro. Prima di scoprire Johnson, lo scrittore con cui Beckett aveva scelto di identificarsi era il notoriamente attivo e produttivo James Joyce, Shem the Penman. Le sue prime opere, come ammette egli stesso, «puzzano di Joyce».

Ma nella corrispondenza fra Beckett e Joyce si conta appena una manciata di lettere. Il motivo è semplice: nei periodi in cui erano più vicini (1928-1930, 1927-1940) - periodi in cui Beckett faceva da segretario occasionale a Joyce e in generale da suo portaborse - vivevano nella stessa città, Parigi. Nel lasso di tempo fra i due periodi i loro rapporti furono piuttosto tesi e non comunicavano. La causa della tensione era il modo in cui Beckett aveva trattato Lucia, la figlia di Joyce, infatuata di lui. Sebbene spaventato dell’evidente instabilità mentale di Lucia, Beckett, a suo discredito, permise che nascesse una relazione fra loro. Quando infine decise di rompere, Nora Joyce si infuriò e lo accusò, con una certa ingiustizia, di avere sfruttato la figlia per garantirsi l’accesso al padre. Probabilmente non fu una cosa negativa per Beckett essere espulso da questo pericoloso territorio edipico. Quando nel 1937 vi fu riammesso per aiutare Joyce nella lettura delle bozze di Work in Progress (in seguito Finnegans Wake), il suo atteggiamento nei confronti del maestro si era fatto meno ansioso, più benevolo. A McGreevy confida: «Joyce mi ha pagato 250 franchi per circa 15 ore di lavoro sulle sue bozze... Poi ha arrotondato con un vecchio soprabito e cinque cravatte! Non ho rifiutato. È molto più facile farsi ferire che ferire». E ancora, due settimane dopo: «Ieri sera \[Joyce\] è stato sublime, ha deprecato con la più grande convinzione la sua mancanza di talento. Non sento più il pericolo dell’associazione. È solo un essere umano molto adorabile».

La notte dopo aver scritto queste parole, Beckett fu coinvolto in una zuffa con un estraneo in una via di Parigi e venne accoltellato. Il coltello mancò di poco i polmoni e Beckett dovette passare due settimane in ospedale. I Joyce fecero tutto ciò che potevano per aiutare il giovane compatriota, lo fecero trasferire in un reparto privato, gli portavano dolci alla crema. I servizi giornalistici sull’aggressione apparvero anche sulla stampa irlandese; la madre e il fratello si recarono a Parigi per stargli accanto. Fra i visitatori inattesi ci fu anche una donna che Beckett aveva conosciuto anni prima, Suzanne Deschevaux-Dumesnil, la quale, a tempo debito, sarebbe diventata la sua compagna e poi sua moglie. \[...\]

Sebbene nei dodici anni coperti da queste lettere la produzione letteraria sia piuttosto esigua - la monografia su Proust; un romanzo da apprendista, Dream of fair to middling women, ripudiato e mai pubblicato in vita; i racconti Più pene che pane; Murphy; un volume di poesie; alcune recensioni di libri - Beckett non è certo inattivo. Sprofonda in letture filosofiche, dai presocratici a Schopenhauer. Di Schopenhauer dice: «Un piacere... trovare un filosofo che si legge come un poeta, con una completa indifferenza per le forme di verificazione a priori». \[...\]

Una rilettura di Tommaso da Kempis stimola pagine di auto-esame. Il pericolo del quietismo di Tommaso per qualcuno che, come lui, manca di fede religiosa («sembra che io non abbia la minima facoltà o disposizione al soprannaturale»), è che può confermarlo in un «isolazionismo» che, paradossalmente, non è cristiano ma luciferino. Tuttavia, è giusto prendere Tommaso solo come guida etica, estrapolandolo da ogni dimensione trascendentale? Nel suo caso, come può un codice etico salvarlo dai «sudori e tremiti e attacchi di panico e ira e rigori e scoppi di cuore» di cui soffre? «Per anni sono stato infelice, coscientemente e deliberatamente», continua nella lettera a McGreevy in un linguaggio notevole per la sua schiettezza (senza le battute criptiche e i falsi gallicismi delle prime lettere). «Mi sono isolato sempre di più, mi sono impegnato sempre di meno e mi sono abbandonato a un crescendo di denigrazione degli altri e di me stesso... In tutto questo mi sembrava non esserci nulla di morboso. La miseria e la solitudine e l’apatia e gli scherni erano elementi di un indice di superiorità... Solo quando questo modo di vivere, o piuttosto negazione del vivere, ha sviluppato sintomi fisici talmente terrificanti che non poteva più essere perseguito, mi sono reso conto che in me c’era qualcosa di morboso». La crisi a cui allude Beckett, i sudori e i tremori, l’aveva colpito nel 1933 quando, dopo la morte del padre, la sua salute fisica e mentale si deteriorò a tal punto che la famiglia iniziò a preoccuparsi. Soffriva di palpitazioni e aveva attacchi di panico notturni così forti che il fratello maggiore era costretto a dormire a letto con lui per calmarlo. Di giorno rimaneva segregato in camera, disteso a letto con la faccia rivolta al muro, rifiutava di parlare, rifiutava di mangiare. Un amico dottore aveva suggerito la psicoterapia e la madre si offrì di pagare. Beckett acconsentì. Dal momento che la pratica della psicoanalisi non era ancora legale in Irlanda, si trasferì a Londra dove diventò paziente di Wilfred Bion, per circa dieci anni senior del Tavistock Institute, ma a quel tempo ancora terapista tirocinante. Nel biennio 1934-1935 Beckett incontrò Bion centinaia di volte. \[...\]

Bion si concentrò sulle relazioni del paziente con la madre, May Beckett. Lo consumava un’ira repressa nei suoi confronti, ma allo stesso tempo era incapace di staccarsi da lei. Il modo in cui Beckett spiegava la cosa era di non essere nato come si deve. Sotto la guida di Bion raggiunse la regressione a quello che in un’intervista rilasciata in tarda età chiamò «ricordi intrauterini» di «sentirsi intrappolato, di essere imprigionato e incapace di scappare, di piangere per potere uscire e non essere udito, perché non c’era nessuno ad ascoltare». I due anni di analisi ebbero successo fin tanto che liberarono Beckett dai suoi sintomi, sebbene questi minacciassero di riapparire ogniqualvolta andasse in visita nella casa di famiglia. Una lettera del 1937 a McGreevy suggerisce che non si era ancora riconciliato con la madre. «Non le auguro assolutamente nulla, né bene né male», scrive. «Io sono ciò che mi ha fatto diventare il suo amore selvaggio, ed è bene che uno di noi due lo accetti una volta per tutte... Non voglio vederla o scriverle né sentirla, tutto qui... Se in questo momento ricevessi un telegramma che mi informa della sua morte non farei il favore alle Furie di considerarmi neppure come responsabile indiretto. Il che, suppongo, si può ridurre dicendo che sono un cattivo figlio. Allora Amen». \[...\]

Di recente la critica letteraria e gli psicoanalisti hanno rivolto l’attenzione al rapporto fra Beckett e Bion e alla loro probabile influenza reciproca. Non abbiamo nessun dato scritto di quanto i due effettivamente si scambiarono. Ciononostante, si può azzardare nel dire che la psicoanalisi a cui Beckett si era sottoposto con Bion, che potremmo chiamare analisi proto-kleiniana, fu un passaggio molto importante nella sua vita, non tanto perché lo liberò (o sembrò averlo liberato) dai sintomi debilitanti o perché lo aiutò (o sembrò aiutarlo) a rompere con la madre, ma perché, nella persona di un interlocutore, di un interrogatore o di un antagonista per molti aspetti di suo pari livello intellettuale, lo mise a confronto con un nuovo modello di pensiero e con una modalità di dialogo con cui non aveva familiarità. \[...\] Il momento della svolta nella Bildung estetica di Beckett giunge durante la visita in Germania, quando capisce di essere in grado di entrare in dialogo con i quadri utilizzando la loro lingua, non mediata dalle parole. \[...\]

La sua guida in questo periodo è Cézanne, che arrivò a vedere il paesaggio naturale come «inavvicinabile e alieno», «disposizione inintelligibile di atomi», ed ebbe la saggezza di non insinuarsi in quella alienità. In Cézanne «non c’è più accesso né relazione con la foresta, le sue dimensioni sono il suo segreto e non ha messaggi da dare», scrive Beckett. Una settimana più tardi si spinge oltre in questa sua intuizione: Cézanne ha il senso della sua propria incommensurabilità non solo con il paesaggio ma - stando al suo autoritratto - con la «vita... che opera in lui». E qui risuona la prima autentica nota della fase matura e post-umanista di Beckett. \[...\] Uno degli interrogativi ricorrenti su Beckett concerne il suo passaggio dall’inglese al francese come principale lingua letteraria. A questo riguardo, documento rivelatore è una lettera che scrisse in tedesco a un giovane di nome Axel Kaun, che aveva conosciuto durante il suo viaggio in Germania nel biennio 1936-1937. \[...\]

A Kaun descrive la lingua come un velo che lo scrittore moderno deve strappare via se vuole raggiungere ciò che si trova oltre, anche se quanto si manifesta è solo silenzio e nulla. Da questo punto di vista gli scrittori sono rimasti indietro rispetto ai pittori e ai musicisti (indica Beethoven e i silenzi nelle sue partiture). Gertrude Stein, con il suo stile verbale minimalista, ha l’idea giusta, mentre Joyce si sta muovendo nella direzione sbagliata, verso «un’apoteosi della parola». Sebbene Beckett non spieghi a Kaun perché il francese sia un veicolo migliore dell’inglese per la «letteratura della non-parola» a cui egli mira, identifica l’«offizielles Englisch», l’inglese formale o colto, come il maggiore ostacolo alle sue ambizioni. Un anno più tardi comincia ad abbandonare l’inglese e a comporre le sue nuove poesie in francese. Il corrispondente più vicino e più fedele di Beckett al di fuori della sua famiglia è Thomas McGreevy, che conobbe per la prima volta a Parigi nel 1927. James Knowlson, biografo di Beckett, descrive McGreevy come «un uomo dall’aspetto ordinato ed elegante con un brillante senso dello humour \[il quale\] ... trasmetteva un’impressione di eleganza anche quando, come accadeva spesso, era virtualmente al verde... Era tanto sicuro, loquace e gregario quanto Beckett era diffidente, taciturno e solitario». Sebbene McGreevy fosse più vecchio di tredici anni, i due legarono all’istante. Ma il loro stile di vita itinerante implicò che, per lunghi periodi - e per buona fortuna della posterità - potessero tenersi in contatto solo per via epistolare. Per un decennio si scambiarono lettere regolarmente, a volte ogni settimana. Poi, per motivi inspiegati (la relativa lettera di McGreevy è andata perduta) la loro corrispondenza si ridusse gradatamente fino a interrompersi. McGreevy era poeta e critico, autore di uno studio su T.S. Eliot. Dopo i suoi Poems del 1934 abbandonò quasi del tutto la poesia, dedicandosi alla critica d’arte e in seguito al suo lavoro di direttore della National Gallery di Dublino. Di recente in Irlanda c’è stato un ritorno di interesse per lui.

Non tanto per i suoi risultati poetici, effettivamente deboli, quanto per il suo tentativo di importare le pratiche del Modernismo internazionale nell’introverso mondo della poesia irlandese. Beckett nutriva sentimenti misti riguardo alle poesie di McGreevy. Approvava la poetica avanguardista dell’amico, ma rimaneva discretamente evasivo sulla sua inclinazione cattolica e nazionalista.

J.M. Coetzee (traduzione di Alberto Garlini)