Lasciare non è una colpa un anno di tira e molla sì

U n anno di gestazione. Ci ha messo meno la signora Ilary a scodellare Cristian e Chanel, ma alla fine anche il signor Francesco ha partorito la decisione del secolo: resta italiano, smette di essere nazionale. Questa strana separazione delle carriere, a chi ancora concepisca lo sport come questione sentimentale, risulta abbastanza sacrilega. Ma la colpa non è di Totti: la colpa è di chi crede cocciutamente alle fiabe.
Guardandola realisticamente, la mossa del Pupone farà bene a tutti. Al Pupone stesso, che potrà dedicarsi anima e corpo alla sua mansione preferita, quella del papa laico di Roma. Farà bene alla Roma, che avrà un campione a tempo pieno, con molti rischi in meno a livello fisico e molte tensioni in meno a livello mentale. Ovviamente, nonostante le certezze degli ultrà giallorossi, e cioè che senza Totti la squadra, il calcio, il mondo si fermino, la mossa farà bene anche alla nazionale di Donadoni, finalmente libera da un avvilente tira e molla.
L'addio strascicato, come un lieto fine arrivato ben dopo i noiosissimi titoli di coda, è in un certo senso la sublimazione assoluta del tottismo, questo stranissimo e affascinante fenomeno di massa che affratella eccellenze reverendissime, prelati, onorevoli, intellettuali, con il resto del Paese reale, centurioni, veline, parcheggiatori. Già Totti era un idolo. Adesso, con questa sofferta uscita di scena, è pure martire ed eroe. Il santino perfetto.
C'è però una cosa che nessuno di noi deve lasciarsi dire, nemmeno dalla massima autorità civile di Roma, appunto il Pupone: e cioè che le critiche al suo tira e molla sono motivate esclusivamente da gelosie geopolitiche. Questo, più o meno, il concetto: «Mi hanno attaccato solo perché sono romano: fossi del Nord, nessuno avrebbe fiatato. Non mi risulta che quando Maldini e Baggio hanno lasciato l'azzurro ci sia stato un anno di critiche...».
È evidente: gli sfugge la sostanza della questione. Se servisse a qualcosa, si potrebbe spiegare di nuovo che il problema non è l'addio, ma il modo. Stia tranquillo, il fenomeno de noantri: un campione che sa smettere al momento opportuno, al vertice della sua gloria, va applaudito, non censurato. Dunque, da questo punto di vista, Totti va applaudito. Il problema suo, rispetto ai citati Maldini e Baggio, e però che da mesi tiene la nazione, prima ancora della nazionale, appesa alle lune, agli umori, alle consultazioni, ai ricattini di giornata. E questo, provenga da Udine o da Siracusa, resta ingiusto. Punto e basta. Se Del Piero facesse lo stesso, ugualmente sarebbe criticato. Se proponesse di andare in nazionale solo per le partite importanti, solo quelle che gli vanno, solo quelle che ritiene adeguate al suo prestigio, anche Maldini, persino Maldini sarebbe criticato. E ancora: si potrebbe persino far notare a Totti che il suo critico più fermo, proprio per il tira e molla, non certo per l'addio, si chiama Paolo Cannavaro, un italiano non esattamente nordico e bossiano.
Altre cose si potrebbero aggiungere, se davvero servissero a comprendersi meglio e a salutarsi meglio. Ma è sin troppo evidente che le parole ormai non servono più. Totti vuole salutare la nazione e la nazionale ritagliandosi lo spazio per un sano vittimismo. Nessuno spazio per le strette di mano. Il tottismo ha un nuovo argomento da brandire, nelle discussioni in terrazza: il nostro Pupone, un genio incompreso. Come tutti i geni. Va bene così. L'importante è che non sia un arrivederci.