«Lasciare ora l’Irak? Un insulto ai nostri cari caduti tre anni fa»

La vedova Fregosi: «Hanno perso la vita per la pace, rispettiamoli. Gli slogan che esaltano la strage? È gente senza ideali e senza cervello»

Emanuela Fontana

da Roma

La madre del vicebrigadiere Giuseppe Coletta, morto a Nassirya il 12 novembre del 2003, ieri notte ha sognato suo figlio: «Era sereno, mi sembrava un angelo». Lei gli chiedeva quando sarebbe tornato a casa. E lui le ha risposto: «Ora non posso, sto aspettando i miei amici». Poco dopo essersi alzata, è stata chiamata dalla vicina, corsa per dirle dell’attentato al convoglio italiano. «Ho sentito un colpo al cuore», racconta la madre del vicebrigadiere. Per aver rivissuto lo stesso dramma e perché, quella notte in sogno, Giuseppe «lo sapeva», è convinta la signora Maria.
C’è chi crede e chi no ai sogni, ma per tutti i familiari delle vittime della strage di tre anni fa la giornata di ieri ha voluto dire ripercorrere lo stesso meccanismo di dolore, solo visto dal di fuori, come accaduto ad altri. Altri che in molti casi erano amici dei loro cari caduti. «Piango da stamattina», dice Maria Coletta. Guardando la televisione ha riconosciuto alcuni visi: «Amici di Giuseppe, erano venuti anche a trovarci».
Molte vedove e madri dei caduti di Nassirya si sono sentite ieri. Per una parola di conforto, uno scambio di impressioni. Perché il dolore «non si è cancellato - racconta Paola Cohen, moglie del maresciallo Enzo Fregosi - anche se la vita va avanti, perché deve andare avanti per forza. Il dolore non è diminuito. E mi addolora pensare a cosa dovranno passare queste persone, i familiari di questi ragazzi, perché sul momento non ci si rende ben conto, poi, con il passare dei giorni, sì».
Se le si chiede quale è a suo avviso la motivazione di un secondo attacco alla missione italiana, la vedova Fregosi premette: «Sono una persona semplice, moglie di un carabiniere e madre di un carabiniere, però non mi intendo di politica o di strategia militare. Ma credo che siano stati colpiti proprio perché si stanno raggiungendo degli obbiettivi, perché stavano costruendo con difficoltà le basi di un nuovo Paese, e le frange estreme vogliono attaccare proprio la speranza di un Paese democratico».
C’è chi dice: a questo punto bisogna andare via il prima possibile. Non è un mistero l’opinione di una parte consistente della futura maggioranza che spinge per un ritiro rapido. «Credo che non sia giusto per rispetto a chi ha fatto tanto e ha perso la vita - sottolinea la vedova Fregosi - sarebbe una mancanza di rispetto. Che facciamo, buttiamo quel Paese nel baratro dopo tutto il lavoro che è stato fatto? I nostri uomini sono lì per garantire sicurezza, sono forze che non si possono definire armate, avranno sparato un colpo ogni tanto, impegnate nel garantire la pace. Si sa che tutto questo è pericoloso. Ma se non si prova, se non si lotta, allora si sta solo a guardare e non si raggiunge mai un obbiettivo, di portare democrazia, sicurezza e un miglioramento di quel Paese».
Hanno addolorato tutti gli ennesimi cori, a Milano il 25 aprile, con lo slogan «10, 100, 1000 Nassirya». «Credo e mi auguro - afferma Paola Cohen - che queste persone si rendano conto di cosa dicono. Credo che il male non si posa augurare a nessuno, al di là delle proprie idee politiche. Spero si rendano conto di cosa voglia dire vedere persone che muoiono. Sono persone senza ideali e senza cervello. I nostri sono andati in Irak per rendere quel Paese democratico. Ognuno creda in quello che vuole, partiti o religioni, ma è necessario il rispetto della vita degli altri».
Per la vedova del caporal maggiore Simone Cola, Alessandra Cellini, la notizia di ieri ha significato tornare indietro alla mattina di novembre di 29 mesi fa: «Sono vicina alle mogli di quei militari. Solo io posso comprendere la loro disperazione. Questa mia vita è un calvario senza fine. Conduco una vita a metà. Mi manca Simone, manca alla nostra bambina di due anni».
Ha solo 19 anni, ma spesso parla con i giornalisti e non ha paura a raccontare di suo padre Marco Intravaia, figlio del vicebrigadiere dei carabinieri Domenico Intravaia: «È un dolore immenso - ripete -. Ho pianto. Sono tornato indietro di tre anni. È successo ancora una volta alla stessa ora della prima strage di Nassirya quando fu ucciso mio padre Domenico». Il giovane Marco commenta anche i cori del 25 aprile: «Non sanno che cosa voglia dire perdere un papà a 16 anni. Non possono permettersi di dividere l'Italia con i loro slogan». Quando la madre Liliana ha saputo della notizia del nuovo attentato, «è crollata sul divano ed è scoppiata in lacrime. Sembra un incubo senza fine».
La mamma di Giuseppe Coletta, la signora Maria, racconta invece che guardando le immagini in tv ha provato dolore «come se ci fosse stato mio figlio. Comunque sono contenta - aggiunge - perché nel sogno Giuseppe non era triste. Mi sembrava un angelo. Lo porto sempre dentro di me». Giuseppe che aspettava i suoi amici.