«Lasciata» anche dal marito: in cella perché tentò la vendetta

L’uomo accoltellò il genitore di una delle due ragazze accusate di aver fatto prostituire la vittima

Andrea Acquarone

Quando muore una madre? Da un anno Grazia Rignanese aveva smesso di affacciarsi alla veranda per guardare il mare, aspettare il marito o soltanto sognare il futuro. Forse una madre muore nel momento in cui sopravvive a un figlio. È stata una lenta agonia quella di Grazia. Quasi una trasposizione di una di quelle tragedie che Sofocle scriveva tremilacinquecento anni fa. Non siamo a Tebe, non c’è l’incestuoso Edipo e nemmeno Eteocle, sua sorella Antigone e il re Creonte. Ma ci sono, così simili, così impietosamente devastanti, tutti i drammi dell’animo umano.
Manfredonia è un paesone di 65mila anime punteggiato di luci che viste dall’Adriatico, che lo bagna cullandolo davanti al promontorio del Gargano, oggi sembrano baluginare come ceri. Accesi a lutto.
Grazia Rignanese aveva due figlie, una si chiamava Giusy. Era bella e, quando si metteva fard e rossetto, appariva più donna di quanto non fosse. Il 12 novembre dello scorso la trovarono cadavere. Seminuda, vicino a una spiaggia, massacrata a colpi di pietra dopo essere stata violentata. Aveva detto: «Esco a comprare un cd». Ma a casa non tornò più. A Manfredonia si materializzò l’incubo del mostro, del maniaco omicida. Chissà magari un forestiero. Un mese più tardi si cominciò a scoprire, invece, una verità diversa. Forse meno paurosa, almeno per la gente, di certo molto più sordida. L’assassino, reo confesso, era addirittura un parente della ragazzina. Era un cugino del padre. Porta lo stesso cognome, Potenza, Giovanni è il suo nome, pescatore, oggi ventottenne, sposato e padre di due bimbi. Raccontò di aver ammazzato Giusy perché lei non voleva rassegnarsi a troncare la loro inconfessabile relazione. Ma il «clic» delle manette stavolta non chiuse il caso. Tutt’altro. Quel giorno si apriva un nuovo, torbido capitolo di questa sconvolgente telenovela da «basso». Le immagini scattate dai cronisti ai funerali avevano ritratto il volto esangue di Grazia Rignanese mentre seguiva il feretro della sua «bambina». Devastata dalla disperazione, un’automa scarico, senza nemmeno più voce per gridare di dolore.
I parenti si strinsero attorno a lei e a suo marito Carlo. Sulla veranda di via Savio, nessuno si affacciava più, tapparelle chiuse, e mai un rumore gioioso. Cinque mesi più tardi, era il maggio di quest’anno, un nuovo clamoroso colpo di scena: Sabrina Santoro e Filomena Mangini, due amiche maggiorenni di Giusy, finirono in cella. Accusate di aver fatto prostituire la quindicenne.
Grazia Rignanese, che non aveva mai creduto al movente sentimentale dell’omicidio di sua figlia, per un attimo sembrò riaccendersi. Almeno per gridare, anche se sottovoce: «Me l'hanno uccisa una seconda volta. Questa non è la verità. Loro sono delle ragazze facili, si sapeva da sempre. Mia figlia baciava il fidanzato solo sulle guance, dal primo giorno ho sospettato di loro».
Ma i giorni del dolore, delle notti lunghe trascorse con gli occhi sbarrati nel buio non erano finiti. Nonostante Grazia e Carlo cercassero disperatamente di uscirne. Ci avevano provato concependo una nuova vita, lei portava in grembo una creatura di sette mesi. Ma come fare, ma come crederci dopo che appena quattro mesi l’aveva «abbandonata» anche il marito. Forse anche lui non se la sentiva più di ricominciare. Scelse la strada della vendetta. E accoltellò Pasquale Mangini, il papà di una delle due ragazze coinvolte nel delitto. Si trova gli arresti domiciliari da un parente che abita a Milano, lui. Gli hanno telefonato i carabinieri per dirglielo. Grazia ieri si è impiccata. E proprio alla trave di quella veranda dalla quale non poteva più vedere tornare la sua Giusy.