Lasciate in pace i vivi di Nassirya

Quasi quattro anni dopo l’attentato che, nella base italiana di Nassirya in Irak, fece 19 morti, la Procura militare di Roma ha messo sotto accusa tre ufficiali. Sono i generali Vincenzo Lops e Bruno Stano - che si avvicendarono al comando del nostro contingente - e il colonnello dei carabinieri Georg Di Pauli. A loro viene contestato il reato di «omissione di provvedimenti per la difesa» previsto dal Codice penale militare di guerra. Il magistrato che ha chiesto il rinvio a giudizio è Antonino Intelisano, già noto alle cronache per altre vicende processuali, in particolare quella riguardante l’ex ufficiale delle Ss Erich Priebke.
Esprimo - come è doveroso fare in queste circostanze - il mio rispetto per la legge. Che tuttavia ha, in Italia, una tendenza irresistibile al gigantismo cartaceo, all’archeologia giudiziaria, all’inchiesta fiume, alla montagna di faldoni dai quali uscirà, chissà quando, il topolino d’una sentenza non convincente, e comunque appellata, se di condanna, fino all’empireo delle Supreme corti.
Non vorrei si pensasse che io sottovaluti la gravità della tragedia di cui Nassirya fu teatro, e che escluda negligenze o deficienze organizzative nel sistema di tutela della base. Quando un evento così luttuoso colpisce un’istituzione - civile o militare che sia - si scopre sempre che qualcosa non ha funzionato al meglio, che alcune precauzioni sono state trascurate, che gli individui o l’organizzazione sono stati inadeguati. Tra la perfezione formale dei regolamenti e le imperfezioni anche clamorose della realtà quotidiana la differenza è gigantesca. Ammesso questo, debbo tuttavia aggiungere che ammiro stupefatto le certezze superciliose dei magistrati quando fustigano gli errori d’altri, essendo essi stessi esponenti d’una categoria i cui fallimenti professionali sono sotto gli occhi del Paese. Senza negligenze ed omissioni nelle toghe e nei loro ordinamenti le cause civili e penali non durerebbero dieci o più anni: e la lentezza causa sofferenze immani per tanti cittadini.
Con questo non voglio affermare che i generali e il colonnello e magari anche qualcun altro siano immuni da colpe. La storia delle forze armate è fitta di episodi nei quali l’imprevidenza d’un capo ha avuto conseguenze tragiche. Ma il passaggio dalla deplorazione d’un errore al processo è comprensibile di fronte ad avvenimenti di portata epocale - Caporetto - non per l’ordinaria amministrazione. Mi sembra in particolare incongruo che il dito contro i tre ufficiali sia puntato da chi, seduto comodamente a una scrivania e confortato da cataste di volumi e di regolamenti, non deve prendere sul campo decisioni difficili, e inoltre condizionate da altre decisioni prese dal governo e dai vertici militari. Da chi invece ha per pensarci tutto il tempo che vuole.
Sembra oltretutto che per Nassirya si contrappongano due perizie - poteva mancare la rissa degli esperti? - una delle quali proclama l’idoneità delle misure prese per proteggere la base, mentre l’altra ha «evidenziato alcune carenze». Siamo in attesa della rituale superperizia che servirà, anch’essa, a ben poco. La mia personale opinione è che debbano essere lasciati in pace non solo i morti di Nassirya, ma anche i vivi.
Mario Cervi