Lassù nel Caucaso L’esistenza arcana dei figli di Noè

Da Olenin, nei Cosacchi di Tolstoj, fino a Lermontov, e prima ancora in Puskin, l’eroe romantico si trova a un certo punto della vita immerso in una febbre dello spirito - nausea mista a ribellione - che lo spinge ad attraversare il fiume Teker: la felicità sarebbe, laggiù, nel meridionale e incontaminato Caucaso, a portata di mano, primitiva, panica, esente da vizi, ombrosa e forte, distante dalle mollezze cittadine. Sogno sempre infranto: il Caucaso accetta viandanti, ma non esteti insoddisfatti o estenuati. Ancora oggi, la rude allegria che offre non è di facile comprensione: paese ospitale fino alle midolla, respinge il turista alla ricerca di emozioni forti. Insinua nell’anima, piuttosto, un’esigenza asociale simile a quella degli amanti: starsene in disparte, osservare, baciare.
È quello che ha fatto l’antropologa polacca Monika Bulaj attraverso l’obiettivo della sua macchina fotografica: Figli di Noè (Frassinelli, pagg. 120, euro 24) restituisce in immagini e in brevi testi poetici un percorso che si snoda attraverso leggi secolari, codici d’onore e lingue bizzarre, sofisticate, che a 2.500 metri di altezza sopravvivono all’appiattimento della globalizzazione. Si tratta di un libro alieno dalla fotografia sferzante, provocatoria, «commerciale», che contraddistingue oramai gran parte dei reportage di viaggio. Gli scatti di Monika Bulaj hanno la sobrietà di uno sguardo classico, che individua le linee di forza quanto i momenti di pace: in un paese dove la luce è sacra, non poteva esserci diverso modo di impressionare la pellicola, si tratti di un gregge di capre che all’improvviso sbuca davanti agli occhi o del volto di un uomo dalla vita comune - antichissima.
«Monte delle lingue»: così gli arabi chiamavano questa regione verticale racchiusa tra Armenia, Iran, Turchia, Russia. Consona definizione: narra una leggenda che Dio, distribuendo gli idiomi a piccole manciate qua e là sulla terra, inciampò nel Caucaso e ne rovesciò un bel mucchio. I testi che accompagnano le fotografie hanno il sapore di un’appassionata glottologia: riferiscono, ad esempio, dei diciassette modi di guardare un ponte: si può vederlo «sospeso nella nebbia, in un sentiero angusto sui burroni, oltrepassato da una mandria di mucche. Dall’alto. Dal fondo di una valle chiusa. Oppure puoi vederlo mentre gli vai incontro». E ovviamente, per ogni modo, vi è una declinazione, come a voler imprigionare nella grammatica un ordine spaziale: come a voler orientarsi, con l’unico strumento dato all’uomo, la parola, in uno «spazio fatto di luce, neve, nuvole, sabbie, ghiaccio e pietre». “Figli di Noè” sono gli abitanti dell’Alto Caucaso: uno di loro mostra alla Bulaj i frammenti dell’arca nei fianchi di una montagna vicino a Khinalug - il villaggio dall’altitudine più elevata - e dice con tranquillità: «Se non mi sbaglio, Khinalug era già qui quando il mondo fu creato». E sicuramente lo era quando Strabone descrisse, 2mila anni fa, il popolo degli albani, i cui discendenti, ancora oggi, venerano ogni forma di luce: la stessa che, oltre a queste fotografie dal sapore arcaico, anima anche i fotogrammi di un film omonimo, realizzato dalla stessa mano, e sostenuto da Laboratorio 80 di Bergamo: immagini in movimento per descrivere un luogo al di fuori dello scorrere temporale.