Il lato oscuro della Liberazione

Sessantotto anni or sono, il 10 giugno 1940, Benito Mussolini annunciò dal fatidico balcone di Palazzo Venezia l’intervento italiano nella seconda guerra mondiale. Il suo fu un brutto discorso, enfatico e reticente insieme. Disse che «questa è la lotta dei popoli poveri e numerosi di braccia contro gli affamatori», e che «secondo le leggi della morale fascista quando si ha un amico si marcia fino in fondo». Glissò sul vero motivo che l’aveva indotto a precipitare l’Italia nel conflitto: ossia la travolgente avanzata della Wehrmacht che in Francia aveva superato la Senna e si accingeva a conquistare Parigi. «Vincere!» fu la parola d’ordine con cui il Duce suggellò la sua chiamata alle armi.
Una parola, appunto. Già a fine 1943 di quei toni tracotanti e stentorei non rimaneva traccia. Chi li aveva usati era ridotto al ruolo d’un qualsiasi gauleiter hitleriano in un Paese vassallo, e il Meridione d’Italia conosceva l’occupazione angloamericana. La tragedia del Nord soggetto ai nazifascisti fu tremenda: infatti ha avuto e ha immane risonanza politica, storica, pubblicistica. Quella del cosiddetto regno del Sud non fu meno tremenda, ma non se n’è discusso con altrettanto impegno, e comunque per sottolineare il martirio dei conquistati, non la loro abbiezione. A Romano Bracalini, autore di Paisà (Mondadori, da domani nelle librerie), va reso merito per aver rievocato con molta efficacia una dolorosa realtà troppo spesso dimenticata o edulcorata.
Esiste, sia chiaro, un’ampia e blasonata letteratura su quel periodo. Basterà ricordare Curzio Malaparte. Ma esiste anche una cortina di retorica con la quale - sia per il Nord, sia per il Sud - le verità scomode vengono immolate al politicamente corretto. E così le stragi di fascisti o presunti tali dopo la Liberazione hanno il rilievo d’un fait divers, e la voluttà di servilismo di troppa gente nei confronti dei vincitori viene gabellata per anelito di libertà. Ha scritto il giornalista inglese Alan Moorehead: «Stavamo assistendo al crollo morale di un popolo. Non avevano più nessun orgoglio, né dignità». I reparti che avrebbero dovuto difendere la Sicilia battendosi per ogni metro del «bagnasciuga» diedero - fatte salve le consuete e ammirevoli eccezioni - pessima prova.
«Un militare raccontò che mentre gli americani mettevano piede a terra - l’Italia era ancora a fianco della Germania - la guarnigione italiana rimase nascosta. Un corpulento soldato di colore con un mitra li vide e si avvicinò. “Ehi paisà”, disse ridendo. Gli italiani alzarono le mani. “Okay, okay”. Giunsero altri soldati americani, e uno chiese agli italiani se volevano aiutarli a scaricare le navi, e li avrebbero pure pagati. Accettarono tutti». Per i «neri» che prestavano servizio nelle forze armate statunitensi - quasi tutti ai minimi livelli gerarchici, e fortemente discriminati - era oltremodo appagante l’avere a che fare con dei bianchi europei che non solo non li umiliavano, ma si prosternavano davanti a loro. Ma almeno gli americani erano in generale bonari. Sprezzanti e vendicativi, invece, gli inglesi. Che non avevano dimenticato le iattanze fasciste nei loro riguardi, il dissennato vociare sulla perfida Albione, e ora ripagavano di eguale moneta, con gli interessi.
Facciamo indigestione - nella tv, nei libri, nei quotidiani - di efferatezze tedesche. È bene che le ricordiamo. Ma senza sorvolare sulle efferatezze dei liberatori. I tedeschi davano prova della massima ferocia nelle loro rappresaglie antipartigiane. Ma la truppa, disciplinata, non infieriva gratuitamente sulla popolazione civile come invece fecero i marocchini del generale francese Alphonse Juin. Il 14 maggio 1944 questi aveva rivolto ai suoi goumiers nordafricani, selvaggi e coraggiosi, un proclama che ignobilmente recitava: «Alle spalle del nemico vi sono donne, case, c’è il vino tra i migliori del mondo, c’è dell’oro. Tutto ciò sarà vostro se vincerete... Per cinquanta ore sarete padroni assoluti di ciò che troverete al di là del nemico. Nessuno vi punirà per ciò che farete, nessuno vi chiederà conto di ciò che prenderete». La pugnalata che Mussolini aveva vibrato alla schiena della Francia agonizzante fu ripagata da innumerevoli stupri, omicidi, furti violenze. Un inferno, un’orgia di terrore, debitamente autorizzata.
In questo sfacelo i politici riaffacciatisi alla ribalta e l’intellighenzia duttile e furba cercavano di porre le basi del nuovo potere. Fu annunciato un lavacro del Paese, i cittadini compromessi sarebbero stati epurati. Ma Benedetto Croce, uomo di cervello ma anche uomo di mondo, avvertì: «Avendo molta parte degli italiani, per necessità di vita, per timore, per vanità o indolenza, accettato il fascismo, era impossibile ridurre l’Italia a un campo in cui pochi puri o pretesi puri accusino e condannino la maggioranza dei propri concittadini». Le epurazioni colpirono i soliti stracci e favorirono un gigantesco processo di trasformismo. I fascistoni più svelti e spregiudicati si posero sotto la protezione del Pci, venne coniata una strofetta: «L’Epurazione che non falla/ si fa boa e resta a galla».
La delazione, antica piaga nazionale, infuriava sia al Nord, sia al Sud. L’Uomo Qualunque di Guglielmo Giannini, un organo antistato e antipartito che opponeva lo sberleffo dissacratore alle solennità resistenziali, fu colpito da anatemi: e Giannini radiato dall’albo dei giornalisti non per colpe passate - del tutto veniali in confronto alle trascorse adorazioni mussoliniane di tanti neocomunisti - ma per leso antifascismo. «A Bitonto, in Puglia, una trentina di attivisti comunisti capeggiati da un componente della giunta comunale, un geometra, e dal segretario della Camera del lavoro, avevano preteso con la violenza che il proprietario di una cartoleria consegnasse tutte le copie dell’Uomo Qualunque, che vennero poi bruciate davanti alla sede della Camera del lavoro nel solito falò che accomuna tutte le inquisizioni».
Non è una lettura rasserenante, quella di Paisà. L’Italia degli sciuscià e delle segnorine umilia chi l’ha vissuta e ammonisce - almeno spero - chi ne apprende solo ora gli aspetti turpi. Ai conati di retorica che ancora ci affliggono, alla melassa del popolo impavido e fiero che s’era scrollati eroicamente di dosso il fascismo e il nazismo, e che sollecitato da ideali democratici si affiancava agli amici angloamericani, è bene opporre pagine così dure ma anche così istruttive. Venne fuori la peggiore Italia, in quei mesi calamitosi. Il dubbio atroce è che l’Italia peggiore sia anche la più vera, e la più duratura.
Mario Cervi