Latorre, a sinistra tra i pochi garantisti E i pm lo puntano

Massimo Malpica

È sicuramente un caso ma la coincidenza colpisce. Nel momento in cui il senatore del Pd Nicola Latorre si fa promotore di spinte garantiste contro l’obbrobrio della carcerazione preventiva che ha portato in carcere il deputato del Pdl Alfonso Papa e che, solo per un inciucio di palazzo, non ha costretto agli arresti (domiciliari) anche il senatore del Pd, Alberto Tedesco, si fa più intenso il tam tam su un’inchiesta di mafia dove comparirebbe il suo nome. Latorre, è bene dirlo, non è indagato. Probabilmente verrà sentito nei prossimi giorni come persona informata sui fatti, a margine di un’inchiesta della procura distrettuale antimafia di Bari che punta sui clan della malavita organizzata locale Parisi-Stramaglia, una costola della devastante indagine «Domino 1».
Da Latorre gli inquirenti vogliono in particolare chiarimenti su due comitati elettorali dell’esponente Pd, entrambi a Valenzano, comune a pochi chilometri da Bari, che secondo le indagini avrebbero avuto al loro interno personaggi collegati alla malavita pugliese interessata a controllare pacchetti di voti da mettere sul mercato. Tra le ipotesi al vaglio degli investigatori, anche un presunto «patto di desistenza» alle elezioni suppletive del gennaio 2005 al Senato, quando Latorre corse e vinse contro il forzista Lello Degennaro, proprio pochi mesi dopo essere stato coinvolto nell’inchiesta della Forleo sulla scalata di Unipol a Bnl. L’esito di quell’elezione, secondo voci allora ricorrenti in ambienti politici, sarebbe insomma stata decisa a tavolino. Ma agli inquirenti interessa maggiormente capire non tanto l’eventuale «combine politica», quanto l’interesse, e un potenziale intervento dei clan, nel risultato delle urne. In alcune intercettazioni dell’inchiesta madre, infatti, si farebbe esplicitamente riferimento alla vittoria annunciata di Latorre e a un ruolo - tutto da definire e decifrare - dei clan del Barese nella vicenda. Va detto inoltre che Degennaro è indagato a Bari proprio nell’ambito dell’inchiesta «Domino 2», quella che ora vuol far luce sui comitati elettorali di Latorre. Per il politico di centrodestra, come per altri imprenditori pugliesi, i magistrati ipotizzano il concorso in riciclaggio senza l’aggravante mafiosa (poiché Degennaro sarebbe stato ignaro dell’ambiente criminale a cui facevano riferimento alcuni dei personaggi con cui, secondo la procura, faceva affari immobiliari). Obiettivo primario di questo secondo filone d’indagine che ora coinvolge un livello politico è, in realtà, approfondire i flussi finanziari dei clan mafiosi in Terra di Bari.
Ma tornando alle suppletive, l’elezione al Senato di Latorre del 2005 ha anche un curioso link, estraneo all’inchiesta, con l’uomo il cui mancato via libera all’arresto da parte dell’Aula di Palazzo Madama sta lacerando il Partito democratico: Alberto Tedesco. I cui destini sembrano incrociarsi con il braccio destro di D’Alema.
L’ex assessore di Vendola, infatti, prima di entrare nella squadra di fuoriclasse dei dalemiani pugliesi, era a capo di un partito, i socialisti autonomisti, molto influente nel tacco d’Italia. Proprio in occasione delle suppletive, Tedesco pensò di correre in proprio per quello scranno al Senato, e il suo ricco portafoglio di voti avrebbe quasi certamente sbarrato la strada di Palazzo Madama al candidato dei Ds. Ma Tedesco decise di fare indietro tutta, ritirandosi dalla competizione, appoggiando Latorre e ottenendo lo sbarco della sua componente politica nel futuro Pd. Appena tre mesi dopo Tedesco entra nella giunta di Nichi Vendola come assessore alla Sanità, per l’inizio di un’avventura finita nel 2009 con le dimissioni, a febbraio, dopo aver appreso di essere indagato dal pm barese Desirée Digeronimo per presunte malversazioni nella sanità pugliese. In quell’occasione, con 4 anni di ritardo, Tedesco sbarca in Senato al posto di Paolo De Castro, volato a Bruxelles. Un ripescaggio che, a molti, sembrò una ciambella di salvataggio per metterlo al riparo dagli imminenti guai giudiziari, che avevano portato Vendola a giocare d’anticipo azzerando la Giunta poco prima delle elezioni del 2009, quando Nichi vinse ancora una volta.
A «certificare» un legame tra la componente dalemiana in Puglia e la nomina di Tedesco alla Sanità regionale è stato, pochi mesi fa, lo stesso Vendola, lambito a sua volta dall’inchiesta su Tedesco ma «salvato» dalla procura. Per prendere le distanza dal suo ex assessore, Nichi pensò bene di attribuirne la scelta a un diktat del Pd (allora Ds), manco a dirlo proveniente dall’area di D’Alema e di Latorre.