«L'attacco alle Torri resta un trauma irrisolto»

Per David Frum, autore dei discorsi di Bush, l'anomalia è che il conflitto sia ancora in corso

Per un paio di anni ha scritto i discorsi di George Bush, inventando uno dei suoi slogan più celebri, quello sull'«Asse del male», formato da Iran, Irak e Corea del Nord. Ora David Frum è un analista dell'American Enterprise Institute ed è considerato uno dei più brillanti e spregiudicati intellettuali della nuova destra americana, che sul significato dell'11 settembre ha le idee chiare.

Oggi l'America si ferma, ma l'impressione è che la memoria di quel tragico giorno sia meno condivisa, più rituale. Condivide?
«Solo in parte. E' sempre difficile analizzare lo stato d'animo di milioni di persone, ma il terrorismo e la sicurezza continuano a essere radicate nell'opinione pubblica, semmai è il mondo politico a essere meno attento e reattivo».

Perché?
«L'11 settembre è un trauma irrisolto. Osama Bin Laden è ancora libero, mentre il processo alla mente degli attentati, Khalid Sheikh Mohammed, non è ancora concluso. E poi nella tradizione americana non si ricordano le sconfitte, ma le vittorie. L'anniversario di Pearl Harbor ogni anno passa inosservato. L'anomalia dei fatti del 2001 è che il conflitto è ancora in corso, per questo restano una ricorrenza importante. Solo quando Osama verrà catturato o ucciso la pagina verrà davvero chiusa».

La delusione provocata dalle bugie dell'Amministrazione Bush sull'Irak, in particolare sul legame Saddam-Al Qaida, contribuisce a raffreddare la partecipazione popolare?
«Tra i democratici sì, ne conosco diversi che da quando hanno scoperto la verità sull'Irak non riescono più a vivere con la stessa spontaneità il ricordo delle Torri Gemelle, ma non mi sembra che ciò abbia avuto effetto sul resto degli americani. Anzi, l'11 settembre ha costretto il Paese a prendere atto delle proprie debolezze, a scoprire che anche l'America può essere colpita dal terrorismo. Dopo Pearl Harbor il presidente Roosevelt disse: "Da oggi in avanti l'America farà di tutto per impedire che un attacco del genere si ripeta"; oggi gli americani si aspettano che la Casa Bianca faccia altrettanto. Lo spirito è identico, nonostante l'Irak».

Tra i repubblicani, ma tra gli elettori indipendenti?
«Tradizionalmente i repubblicani sono considerati più affidabili in tema di sicurezza nazionale. Dopo l'11 settembre il margine sui democratici era del 30 per cento, nel 2007 quando la crisi a Bagdad sembrava irrisolvibile i due partiti erano considerati alla pari, ora i conservatori sono di nuovo avanti del 14 per cento e questo dimostra che, nonostante tutto, la valutazione della maggioranza degli elettori, inclusi gli indipendenti, non è cambiata».

Quanto influirà l'11 settembre sulle presidenziali?
«Meno rispetto al 2004, com'è inevitabile dopo sette anni da quel tragico giorno. Direi però che i democratici non ne beneficeranno. Hanno cambiato più volte posizioni sulla guerra: erano favorevoli, poi contrari e ora che la situazione a Bagdad migliora sono possibilisti. Dunque rischiano di passare per opportunisti, mentre i repubblicani possono vantare la loro coerente fermezza».

Nel mondo sono sempre più popolari le teorie cospiratorie, secondo cui l'11 settembre fu creato o voluto dal governo americano. E negli Stati Uniti che impatto hanno avuto?
«Scarso, fanno presa solo su una piccola minoranza, la maggior parte della gente non dubita della versione ufficiale. Quelle teorie però non mi stupiscono. Nel mondo c'è molta gente convinta persino che l'Olocausto non sia mai esistito. Confrontata con il Diavolo non sa come reagire e tende a negare quanto accaduto per non cambiare la propria visione del mondo. Lo stesso accade con l'11 settembre. Nemmeno l'evidenza basta a persuaderli».