L'attacco via web dal legale dei pentiti che ora difende i pm

Milano - «Postato da Luigi Li Gotti in “informazione”». E meno male. Chissà se fosse stato postato in “insulti”. Sul sito dell’Italia dei Valori ci si dedica alle offese mascherate da diagnosi mediche. Così, giusto per dare del «paranoico» al direttore de «Il Giornale». Così, giusto perché ha osato levare qualche dubbio sulla purezza di Antonio Di Pietro. Democrazia, la chiamano. “Dei valori”, si definiscono.

Ancor più significativo è l’autore dell’intervento. È Luigi Li Gotti, senatore “dei valori”. Veniva da An, militava nel Msi, è finito nel partito di Antonio Di Pietro insieme ad ex democristiani, ex socialisti ex di tutto un po’. Luigi Li Gotti però la sua fama l’ha guadagnata soprattutto come avvocato e come difensore di un grappolo di pentiti di primo piano: don Masino Buscetta, l’uomo che fece collassare Cosa nostra confessando la struttura dell’organizzazione mafiosa a Giovanni Falcone; Giovanni Brusca, ovvero colui che materialmente premette il bottone del telecomando a Capaci; Marino Mannoia. Trattava per scelta professionale con assassini che avevano ammazzato decine di persone e compiuto stragi spaventose.

Gli è rimasto il garbo imparato in quell’ambientino: così, ora sul sito dell’Italia dei Valori ha delicatamente dato del «paranoico direttore» a Mario Giordano. Allora, invece, era il punto di raccordo fra lo Stato e i boss scappati da Cosa nostra: il primo lo pagava, i secondi riempivano pagine e pagine di verbali, consegnavano nomi e organigrammi, più parlavano e più la pena scendeva. Il loro difensore era un po’ un Procuratore aggiunto. Non solo: qualche volta - specie nella prima stagione del pentitismo - i picciotti cercavano di mettere in salvo i tesori accumulati e così i difensori presidiavano quel confine, terra di mediazione e qualche volta di accordi inconfessabili fra pezzi dello Stato e schegge della criminalità.

In parallelo, Li Gotti è stato l’avvocato storico della famiglia Calabresi e ha accompagnato la vedova Gemma e i figli nella lunga battaglia per la verità che si combatteva nelle aule di giustizia, e anche fuori, con una minoranza irriducibile dell’opinione pubblica schierata nella difesa ad oltranza della presunta innocenza di Adriano Sofri e compagni. Finita l’epoca dei grandi processi, il penalista ha lasciato il passo al politico. Una capriola e, oplà, nel 2003 Li Gotti ha chiuso una storia trentennale approdando nel partito più accogliente d’Italia. È stato sottosegretario alla Giustizia, oggi è senatore.