Il lattaio dell’Ohio ha chiuso bottega

In assenza del dirigente, l’anno scolastico è ripreso con l’essegidia. Sgda, in sigla. Non chiedetemi il significato dell’acronimo: non lo so. Forse ho capito male io. Magari si chiama Sgidia o Isgida. Il risultato comunque non cambierebbe: si tratta sempre del segretario dell’istituto comprensivo. Ic, in sigla. A pronunciarla, sembra la tassa comunale sugli immobili. Invece sta per ex materne, ex elementari ed ex medie.
La nuova scuola una e trina già annoverava: i Ds (dirigenti scolastici), spesso Ds anche nella vita, ma questo è un altro discorso; il Pon (programma operativo nazionale); le Spim (schede progetto intervento mediazione); le Scrimed (schede richiesta intervento mediazione); i Pof (piani offerta formativa); i Psp (piani studio personalizzati); gli Osa (obiettivi specifici apprendimento); i Pecup (profili educativi culturali professionali); gli Ogpg (obiettivi generali progetto formativo); le Ua (unità apprendimento); gli Of (obiettivi formativi); i Larsa (laboratori recupero e sviluppo apprendimenti); le Lac (libere attività complementari); i Pei (piani educativi individualizzati); gli Irc (insegnanti religione cattolica). Non sto scherzando. Sono tutte sigle tratte dai programmi ministeriali.
Con dirigenti e insegnanti di tal fatta, c’è da stupirsi se questi disgraziati di studenti scrivono xkè invece di perché, cmq invece di comunque, nn invece di non, cn invece di con, qc invece di qualcuno? Stabilito che gli universitari usano nelle tesine il linguaggio dello short message system (Sms, in sigla) dei telefonini, il rettore dell’ateneo varesino dell’Insubria ha dovuto organizzare per loro un corso di «scrittura di base e analisi e costruzione di testi». Dieci ore di lezione in tutto. Ottimista.
La notizia era in prima pagina sul Corriere della Sera. Da che pulpito. «Svuotato il Cpt, riprendono gli sbarchi», titolava cinque giorni dopo lo stesso quotidiano. Testo: «Nel Cpt, dopo le oltre 200 partenze di martedì (...) Una telefonata arrivata al Cpt di Lampedusa (...) Il Cpt è un’isola nell’isola». Cipitì di qua, cipitì di là, sembrava la canzone di Orietta Berti: tipitipitipitì dove vai, tipitipitipitì cosa fai. Un’intera pagina di Cpt, e crepassi qui se almeno una volta fosse riportato da qualche parte, fra parentesi, il significato della sigla: Centro di permanenza temporanea. Nemmeno la didascalia, che recava il titolino «Dal sogno al Cpt», contribuiva a far luce. Ma tutti i quotidiani sono zeppi di articoli dove dalla prima all’ultima riga si dà per scontato che il lettore sappia che cosa sono i Cpt. Domenica scorsa, La Stampa, pagina 13: «Il Cpt divide l’“altra” sinistra». Nel testo si parlava in lungo e in largo della «chiusura dei Cpt» e dei «Cpt galera», senza mai spiegare che cosa sono.
Indro Montanelli, che in gioventù aveva lavorato per la più grande agenzia di stampa del mondo, l’United press international (Upi, in sigla), diceva: «Non ho mai dimenticato il consiglio di un collega americano, Webb Miller: “Scrivi in modo che ti possa leggere un lattaio dell’Ohio”». Abbiamo una giustificazione: in Italia sono sparite le latterie. L’istinto all’abbreviazione è nell’acido deossiribonucleico (Dna, in sigla) della categoria. I Dl, per esempio, voi sapete chi sono? Perché quando si parla della Margherita i giornali tirano sempre in ballo i dielle? Bisogna aver analizzato accuratamente il simbolo del partito di Francesco Rutelli per sapere che il fiorellino è sovrastato dal motto «Democrazia è libertà» (Dl, in sigla). Ricordo l’avvilimento del compianto Giorgio Lago, direttore del Gazzettino, quando mi raccontava gli sforzi per imporre ai redattori di non usare dott. o addirittura dr., in luogo di dottore, nei testi e nei titoli.
Viviamo in un fumetto dove i gulp e i gasp di Topolino sono stati rimpiazzati dagli adulti con un’orgia di monosillabi mutuati dal linguaggio degli elaboratori (chip, led, bit, bug, hub, gap, link, job, tag, scroll) e di acronimi legati all’uso del computer (Bios, Cpu, Dos, Usb, Bps, Vga, Ram, Mb, Gb), di Internet (Web, Url, Tci, Ip, Pop, Isp, Smtp, Html, Http, Jpg, Mp3), dell’automobile (Abs, Esp, Asr, Pdc, Fwd, Suv), della Tv (Ldc, Dvd, Vcr, Tft, Pal), dei cellulari (Gsm, Gprs, Wap, Mms).
È un linguaggio a misura di questa società balbettante, che scoppietta come le castagnole, anziché parlare, e che non ha tempo per nulla epperò il suo nulla lo vuole subito, in un battibaleno. I più bravi a porgerglielo sono i Pecoraro Scanio e i Follini, inarrivabili nell’emettere in sette secondi netti le loro stucchevoli sentenze imparate a memoria. Ma chi vogliono stupire, con l’occhio vitreo fisso sulla telecamera del Tg1? Noi? Pierpaolo Pasolini prima di rispondere a una domanda abbassava il capo e si guardava la punta delle scarpe. Smise di dare interviste alla Tv quando s’accorse che al momento di rialzare la testa, dopo aver riflettuto per qualche istante su ciò che aveva da dire, il tempo a sua disposizione era già scaduto.
Mi ha stupito leggere sul Corriere la risposta che il professor Francesco Sabatini, presidente dell’Accademia della Crusca, ha dato alla giornalista che gli chiedeva se l’italiano delle matricole fosse peggiorato a causa degli Sms: «Assolutamente no. Certo, l’uso della lingua da parte dei ragazzi che arrivano all’università è troppo approssimativo, ma non è colpa degli Sms. Che, anzi, hanno prodotto effetti positivi». Per alcuni gestori di telefonia mobile di sicuro, visto che il solo fatto di scrivere correttamente perché, invece di perchè, comporta l’invio di due Sms anziché uno. Idem se si scrive in maiuscolo È invece dello scorretto É. Motivo: nel linguaggio degli Sms gli accenti acuti sono considerati caratteri speciali e quindi costano di più. E dire che il professor Sabatini è autore, insieme con Vittorio Coletti, di un dizionario della lingua italiana. Allegria! Sigla finale.
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